Libreria Torriani di Luigi Torriani (foto di Nicola Vicini)

Libreria Torriani di Luigi Torriani (foto di Nicola Vicini)

giovedì 23 maggio 2013

Joseph Conrad Il caso (Destino)




Joseph Conrad, "Il caso" (Adelphi, pagg. 408)

Romanzo del 1913 di J. Conrad (1857-1924), l'autore di "Cuore di tenebra" (1899) e di "Lord Jim (1900), già edito da Bompiani e da Newton Compton con il titolo "Destino" (entrambe le edizioni sono da anni fuori catalogo), e ora riproposto da Adelphi con nuovo titolo e nuova traduzione.

In "Giovinezza", in "Lord Jim" e in "Cuore di tenebra" Charles Marlow aveva raccontato le vicende di personaggi annientati dal­l’in­contro con il destino. Ma in questo libro Joseph Conrad gli affida un compito ancora più delicato, e per molti versi estremo: raccontare direttamente il destino, o meglio il puro e semplice caso, una forza «assolutamente irresistibile, per quanto si manifesti spesso in forme delicate, quali ad esempio il fascino, reale o illusorio, di un essere umano». Il caso è la storia di Flora de Barral, giovanissima figlia di un banchiere rovinato dalla speculazione (dopo avere a sua volta rovinato migliaia di investitori): finendo in carcere questi fa della ragazza una diseredata, senza altro diritto che la compassione. Ed è la storia di come questa creatura esile, silenziosa e ostinata lotti per resistere al­l’«infatuazione del mondo», e alle attenzioni «di persone buone, stupide, coscienziose». Di come la devozione di un uomo, il capitano Anthony, le sembri all’im­provviso una salvezza possibile. Di quello che un lungo viaggio in mare può nascondere, e un matrimonio può rivelare. E della tragedia cui tutto ciò, inevitabilmente, conduce.

mercoledì 22 maggio 2013

Guy Deutscher. La lingua colora il mondo




Guy Deutscher, "La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà" (Bollati Boringhieri, rilegato, pagg. 354)

«L’idioma di una nazione – così ci viene spesso detto – riflette la sua cultura, la sua psiche e le sue modalità di pensiero. Le popolazioni che vivono nei climi tropicali, così corrive, lasciano per strada le consonanti, mentre il tedesco, così metodico, è un veicolo ideale per formulare con precisione i concetti filosofici. Nelle impervie intonazioni del norvegese si coglie l’eco dei fiordi, il francese è la lingua romantica par excellence, l’inglese è un idioma adattabile e... l’italiano, ah l’italiano!»

Il dibattito sulla lingua è antico. Dopo decine di anni di confronti e dispute i linguisti sono oggi quasi unanimi nel dire che tutte le lingue sono fondamentalmente simili e pertanto incapaci di filtrare in modo differente la percezione del mondo. La capacità di parlare e di usare sintassi e grammatica è iscritta nel nostro DNA e certe fantasticherie sull’influenza della lingua madre nel nostro modo di pensare sono ormai cadute nel dimenticatoio. Ma ne siamo sicuri?
Guy Deutscher sostiene il contrario. Attraverso l’analisi dei termini usati per indicare i colori nelle lingue più disparate, o attraverso i termini di orientamento spaziale usati in lontane tribù, "La lingua colora il mondo" spiega - con esempi che spaziano da Omero a Darwin, dall’Amazzonia all’Australia, dal Talmud alla letteratura russa - come la lingua che parliamo può avere un’influenza molto marcata sulle nostre percezioni. 

L'AUTORE
Guy Deutscher (Tel Aviv 1969) ha insegnato al St John’s College di Cambridge, in Inghilterra e al Dipartimento di Lingue e culture della Mesopotamia antica dell’Università di Leiden, in Olanda. Laureato in matematica a Cambridge, si è poi specializzato in linguistica nella stessa università. Attualmente è docente onorario presso la Scuola di lingue, linguistica e culture dell’Università di Manchester.

Pietre, piume e insetti. L'arte di raccontare la natura




A.A.V.V., "Pietre, piume e insetti. L'arte di raccontare la natura" (Einaudi, rilegato, pagg. 412)

Osservare la natura è un'arte? Forse sí. Di certo richiede tempo, e molta dedizione. Occorre una guida esperta che ci permetta di distinguere alberi, rocce e animali, ma soprattutto che ci racconti le loro storie: dalla caccia a insetti rari che sembrano gemme volanti all'incontro inatteso con un geco sul muro di casa, dalle spese e imprese folli degli appassionati di farfalle alle tragicomiche disavventure dei piú grandi naturalisti. Vladimir Nabokov scrive: «Ho scoperto in natura i piaceri non utilitaristici che cercavo nell'arte. Erano entrambe una forma di magia, entrambe un gioco intricato di sortilegio e illusione». E la scoperta della natura come gioco è proprio uno dei fili che legano i testi di quest'antologia. L'esplorazione temeraria e trasgressiva sperimentata da bambino - catturare pericolosissimi ranci felloni, dissezionare la carcassa di una tartaruga di mare in veranda - contribuisce alla costruzione di una geografia interiore fatta di sentieri, luoghi preferiti e segreti: degli erbosi o boscosi «paesi delle meraviglie». E quando la scoperta della natura è fatta cosí precocemente, essa può arrivare a connotarsi come un vero e proprio innamoramento. Piero Calamandrei narra che i suoi erbari, frutto di emozionanti raccolte adolescenziali, sono conservati in fondo a un armadio insieme alle lettere d'amore, quelle che non si aprono piú. Con una sostanziale differenza: se gli amori giovanili e i baci rubati non torneranno, la natura ha la capacità forse unica di restituire per tutta la vita lo sguardo curioso e incantato della prima volta.

Matteo Sturani ha raccolto alcune tra le piú belle pagine della letteratura mondiale in cui scienza e poesia parlano la stessa lingua. Un originale percorso che è anche un apprendistato, dove a fare da guida sono scrittori come Calvino, Hemingway, Jünger, poeti come Sbarbaro, esploratori come Macfarlane e naturalisti come Durrell e Wilson.

Colombe Schneck. Le madri salvate




Colombe Schneck, "Le madri salvate" (Einaudi, rilegato, pagg. 132)

Hélène, la madre di Colombe Schneck (giornalista e scrittrice francese, 1966-), parlò di Salomé una volta sola. Colombe era incinta e lei aveva un desiderio da realizzare: che la sua prima nipote si chiamasse così, Salomé. Lei aveva risposto solo «Perché no?», ma aveva capito subito che c’entrava la guerra, la Lituania, il ghetto di Kaunas, la Shoah.
Poi era nato un maschio, e quella domanda era stata dimenticata; Hélène era morta, Colombe era rimasta incinta di nuovo. Di una femmina, questa volta. «Perché non la chiami Salomé?», le aveva suggerito per caso un’amica. «Perché no?», si era risposta di nuovo, ed è così che comincia questa storia.  
Da quando la sua piccola Salomé, appena nata, trascorre la prima notte a casa, Colombe capisce che averle dato quel nome significa una cosa sola: è ora di fare i conti con il passato della sua famiglia, con il fantasma dell’altra Salomé, la zia morta bambina, e di cui «non è rimasto niente». La storia della sua scomparsa, e quella della sopravvivenza di Raya e Maša, sorelle della nonna Ginda, «appartengono alla sfera del segreto e del miracolo, che bisognava proteggere a ogni costo». 


Mary, la bisnonna dell'autrice, aveva quattro figli: Ginda, Raya, Masa e Nahum. La famiglia era originaria di un piccolo borgo lituano, Panevezys. Quando Mary e tre dei suoi figli vengono deportati nel ghetto di Kaunas, Ginda, la nonna di Colombe Scneck, si salva perché negli anni Venti aveva deciso di emigrare in Francia. Il fratello e le sorelle di Ginda sopravvivono alla selezione e alla deportazione mentre Mary, i cognati e i loro figli muoiono. Raya e Masa dopo la guerra si risposeranno con altri sopravvissuti all'Olocausto, che avevano a propria volta perso le mogli e i figli. E altri bambini nasceranno. La domanda che nessuno osa porsi è questa: com'è possibile che Salomé, la figlia di sette anni di Raya, e Kalman, il bambino di soli tre anni figlio di Masa, siano morti e le loro madri no? Quando è noto che nelle file per la selezione le madri con figli piccoli venivano automaticamente giudicate inadatte al lavoro e quindi mandate a destra, verso le camere a gas?

Alejandro Zambra Modi di tornare a casa / Antonio Skarmeta I giorni dell'arcobaleno




CILE:
- Alejandro Zambra, "Modi di tornare a casa" (Mondadori, pagg. 156)
- Antonio Skarmeta, "I giorni dell'arcobaleno" (Einaudi, rilegato, pagg. 182)

ALEJANDRO ZAMBRA (scrittore cileno, classe 1975, già autore di "Bonsai", Neri Pozza)
ANTONIO SKARMETA (scrittore cileno, classe 1940, già autore de "Il postino di Neruda", Einaudi, il libro da cui è tratto il film con Troisi)

A. ZAMBRA, MODI DI TORNARE A CASA
È il 1985: dopo il violento terremoto che ha colpito il Cile, un bambino di nove anni incontra Claudia, una dodicenne che come lui si ritrova improvvisamente a vivere nelle tende allestite per strada, e che si rivelerà una presenza costante nella sua vita. Un giorno la ragazzina lo segue e gli chiede di spiare per lei lo zio, che vive nel quartiere. Inizia così tra i due una strana amicizia, interrotta bruscamente quando la famiglia di Claudia si trasferisce. Vent'anni dopo, il bambino è diventato uno scrittore, torna nei luoghi dell'infanzia e decide di indagare, nel romanzo che sta scrivendo, il rapporto genitori- figli, partendo dalla conflittualità con suo padre, che si è sempre rifiutato di condannare la dittatura di Augusto Pinochet. Un ritorno a casa che non significa soltanto "uccidere il padre", ma capire realmente gli accadimenti di quegli anni.

A. SKARMETA, I GIORNI DELL'ARCOBALENO
Capita che una mattina nella tua classe entrano due tizi e portano via il professore di filosofia. E se sei nel Cile di Pinochet questo vuol dire solo una cosa: che il professore rischia di diventare un desaparecido. È il pericolo che si corre quando si riempie la testa dei ragazzi con le minacciose idee di rivoluzionari come Socrate o Platone, quando si fa leggere l'Etica di Aristotele, quando si insegna che «il bene è il bene. La giustizia è la giustizia». Ma il professor Santos è anche il padre di Nico, che, seduto in un banco di quella classe, assiste impotente all'arresto (al rapimento) del genitore.
Il padre della sua fidanzata è incastrato in una situazione solo leggermente migliore. Adrián Bettini è il piú bravo pubblicitario del paese... o, meglio, lo era prima che il regime lo costringesse a una specie di sofferto esilio. 

Alexandre Jardin. Persone perbene




Alexandre Jardin, "Persone perbene" (Bompiani, pagg. 208)


La famiglia dello scrittore francese Alexandre Jardin (1965- ) è una famiglia compromessa, attraverso il nonno, con il regime filonazista di Vichy. Il disagio di Alexandre cresce, si fa rabbia al pensiero che il padre, l’amato “Zubial”, per reagire alla delusione insostenibile abbia rinunciato alla realtà, costruendo una cattedrale di fantasie, scherzi e burle, nascondendo così, dietro uno spesso velo di anticonformismo, la possibilità di ogni autocoscienza, impedendosi di fare ammenda di fronte alle migliaia di ebrei perseguitati dal suo medesimo padre.
Il fatto è che il nonno di Jardin (il padre dello Zubial) fu capo di gabinetto di Pierre Laval, il responsabile del regime di Vichy, mandante della strage del Vel d’Hiv. È il dramma di chi collaborò privilegiando la fedeltà allo Stato alle ragioni della giustizia. Questa è dunque la storia di un segreto di famiglia, un ingombrante segreto che Alexandre decide di svelare. 

Ferrario-Muner. Fatti amico il cambiamento. Il coaching




Sono molto contento per la pubblicazione di questo libro, che trae origine anche da una serie di incontri e conferenze tenuti dalle autrici Susanne Muner e Luisa Ferrario, tra cui un incontro - il primo - proprio qui alla Libreria Torriani nell'aprile del 2011.

In libreria: Luisa Ferrario-Susanne Muner, "Fatti amico il cambiamento. Il coaching per aprire cuore e mente a nuove sfide e successi" (Tecniche Nuove, pagg. 214)

In qualsiasi contesto ci si trovi a cambiare - personale, professionale, aziendale, sportivo, spirituale,  scolastico - questo libro, scritto in chiave divulgativa, porta a sviluppare nuove intuizioni e offrire punti di vista alternativi per fare della vita un'esperienza più piena, arricchente e costruttiva. Può essere di supporto anche a chi è già coach o esperto di gestione del cambiamento. Le autrici offrono racconti ispiranti e case history con cui confrontarsi, immagini evocative,  palestre di coaching per allenarsi al cambiamento, citazioni e domande potenti che possono favorire l’apertura e nuove intuizioni, coaching corner in cui trovano risposta alcuni quesiti frequenti. Questo libro è un invito ad imboccare concretamente la via della ricerca del proprio benessere, perché accende nuove dimensioni di pensiero e di senso trasformando il lettore pagina dopo pagina.

LE AUTRICI

LUISA FERRARIO executive Coach Sistemico certificata IC F e appassionata di cultura di apprendimento, si occupa di facilitare processi di trasformazione di individui e aziende che vogliono ottenere risultati concreti mentre apprendono ed evolvono. Ha esperienza come executive, group e mentor coach, consulente di management sistemico, trainer di coaching e di tecniche per lo sviluppo di intelligenza emotiva, facilitatrice di tecniche sistemiche e di Management Constellation. Vive a Monza e opera in Italia e all’estero. www.ricchidivita.com

SUSANNE MUNER è laureata in Economia con specializzazione in gestione delle imprese. Ha maturato la sua esperienza in una primaria società multinazionale di management consulting, realizzando progetti di trasformazione organizzativa e delle risorse umane. Coach certificata da IC F, vive a Basilea e si occupa di sviluppo manageriale e di coaching per aziende e privati, con l’obiettivo di facilitare la creazione di modelli di leadership sostenibili e la gestione armoniosa dei momenti di cambiamento. www.bycoaching.com

martedì 21 maggio 2013

Massimiliano Parente, materialismo e letteratura. Note critiche

Segnalo questo mio articolo di Eidoteca a commento del saggio di Massimiliano Parente "Il romanzo e la fine della materia" (rivista Le Scienze, numero di maggio 2013):

http://eidoteca.net/2013/05/21/massimiliano-parente-materialismo-e-letteratura-note-critiche/


D.T. Max. Vita di David Foster Wallace




D.T. Max, "Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace" (Einaudi, pagg. 508)

A cinque anni dalla morte (1962-2008), David Foster Wallace rimane una figura centrale della cultura contemporanea, per la capacità di raccontarne i nodi irrisolti e le ambizioni, i sogni e gli incubi. Raccontarli, certo, ma anche incarnarli in una vita intensa, percorsa e scossa tanto dall'esaltazione creativa quanto dai fantasmi della depressione e della solitudine. Attingendo ai materiali conservati presso l'università di Austin e a testimonianze dirette di amici, parenti e colleghi scrittori, D. T. Max ricostruisce il percorso intellettuale e umano di DFW, i rapporti con i padri letterari, la vicenda clinica e la dimensione pubblica.

Vargas Llosa. La civiltà dello spettacolo





Mario Vargas Llosa, "La civiltà dello spettacolo" (Einaudi, pagg. 186)

La banalizzazione dell'arte e della letteratura, il successo del giornalismo scandalistico e la frivolezza della politica sono i sintomi di un male maggiore che ha colpito la società contemporanea: l'idea temeraria di convertire in bene supremo la nostra naturale propensione al divertimento. In passato, la cultura era stata una specie di coscienza che impediva di ignorare la realtà. Ora, invece, agisce come meccanismo di intrattenimento, persino di distrazione. Quanto agli intellettuali, sono praticamente scomparsi, e anche se alcuni di loro firmano sporadici manifesti e prendono posizione su eventi e persone, di fatto non esiste più un vero e proprio dibattito.

Gruppo 63




A.A.V.V. (a cura di Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Renato Barilli, Angelo Guglielmi), "Gruppo 63. L'antologia-Critica e teoria" (Bompiani, pagg. 960)

Il movimento letterario "Gruppo 63" (Arbasino, Bonito Oliva, Celati, Eco, Sanguineti, Guglielmi, Lucentini, Malerba,  Manganelli, Orengo, Pagliarani, Sanguineti, Vassalli, Amelia Rosselli, Balestrini, Barilli, ...) ha segnato un momento di grande importanza nella recente storia letteraria e culturale dell’Italia.
Con esso emergeva cinquant’anni fa una nuova generazione di poeti, maturava un fervido clima di sperimentazione narrativa, nasceva una nuova critica che apriva la nostra letteratura a un vasto respiro internazionale. Questo volume ripropone al pubblico dei lettori due antologie che raccolgono e mettono a confronto le opere dei singoli autori che ne hanno fatto parte. La prima dedicata ai testi di poesia, narrativa e teatro presenta un universo variegato di forme letterarie che non ha precedenti nel nostro Novecento per il carattere di dirompente libertà, radicalità, giocosità, violenza iconoclasta e forza creativa che accompagnano ogni autentica rivoluzione del pensiero. La seconda antologia è dedicata agli scritti di critica, di teoria e di polemica, e raccoglie i più significativi contributi che il Gruppo 63 ha dato alla trasformazione del costume letterario e culturale del dopoguerra, nello stesso tempo anticipando sotto il profilo concettuale il dibattito sul postmoderno.
In appendice: notizie bibliografiche generali e sui singoli autori e rendiconti sulle riunioni, le riviste e le collane editoriali del Gruppo. 

Gian Luigi Beccaria. Le orme della parola




Gian Luigi Beccaria, "Le orme della parola. Da Sbarbaro a De André, testimonianze sul Novecento" (Rizzoli, rilegato, pagg. 326)

Raccontare il Novecento attraverso le orme e le tracce degli autori più amati che hanno saputo cogliere il linguaggio nella sua onnipotenza ma anche nei suoi limiti. È questo il sentiero scelto dal critico letterario e linguista Gian Luigi Beccaria (1936- ): una strada personale che tocca alcune stelle polari come Giorgio Caproni, e incontra amici come Claudio Magris, Edoardo Sanguineti e Giorgio Bàrberi. Il libro ci regala un Novecento intimo, che si immerge nei versi carnali di Ignazio Buttitta e che riemerge nella prosa senza sfumature di Primo Levi, in quella epica dell'amatissimo Fenoglio, in quella scabra e ironica di Pietro Chiodi, o nelle storie raccontate da Vassalli. Senza dimenticare alcune vette - Sbarbaro, gli stessi Caproni e Bandini, Giudici e Sanguineti - e a sorpresa, anche Fabrizio De André. E poi il dialetto, nella poesia e nella prosa di autori come Luigi Meneghello: dialetto raccontato come un reticolo di stabilità, di "privacy linguistica", che richiama a Beccaria le radici più profonde, la casa, l'infanzia, gli affetti remoti. Un mondo quasi scomparso, sentimentalmente difeso.

sabato 18 maggio 2013

Alberto Asor Rosa. Racconti dell'errore




Alberto Asor Rosa, "Racconti dell'errore" (Einaudi, rilegato, pagg. 224)

Esiste una vita che si può definire impenetrabile alle influenze esterne? Forse sí. Basta cercarla in quelle esistenze fondate sull'errore, inteso come allontanamento sistematico dalle regole della società o della natura.
Aristide pensa di dover morire in ogni istante della sua vita, e ha pianificato la sua intera esistenza intorno a uno di questi potenziali momenti fatali. Tonino invece non crede che invecchierà mai, fino a che un incontro casuale gli restituisce il peso di tutti gli anni che ha sulle spalle.
Tommaso non immaginava che l'amore esistesse al di fuori dei libri: la poesia greca sarà lo strumento per recitare in pubblico i suoi sentimenti...
Anche le vite tenute in scacco dalla paura, o rese incolori da un'indifferenza che sembra inestirpabile, all'improvviso possono venire illuminate dalla piú elementare - eppure piú difficile - delle epifanie: scoprire che si può o si deve morire aumenta la carica degli affetti, li rende assoluti.
Sei ritratti di «uomini non illustri» che sono apologhi sui grandi e piccoli addii che costellano le nostre esistenze, struggenti storie d'amore, e un apprendistato all'arte del congedo.

Bolaño. Un romanzetto lumpen




Roberto Bolaño, "Un romanzetto lumpen" (Adelphi, pagg. 124)

In Italia già proposto nel 2002 da Sellerio con il titolo "Un romanzetto canaglia", torna ora presso Adelphi "Una novelita lumpen" di Roberto Bolaño, da cui è stato tratto il film "Il futuro", nelle sale italiane da giugno 2013 (Alicia Scherson, con Manuela Martelli, Nicolas Vaporidis, Luigi Ciardo, Alessandro Giallocosta, Rutger Hauer).

«Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente». Così comincia il breve, folgorante racconto dell'adolescenza di Bianca: ancora un personaggio, fra i tanti creati da Bolaño, che difficilmente dimenticheremo. Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un'esistenza di ottusa marginalità, che li porterà a non uscire quasi più dall'appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione. A loro si aggregheranno due improbabili soggetti, «il bolognese» e «il libico», con i quali la ragazza dividerà a turno, svogliatamente, il letto – senza quasi sapere con chi lo sta facendo. Un giorno però entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti mitologici. Uno che forse ha dei soldi, soldi che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una relazione che, nata sotto il segno della prostituzione e dell'inganno, si trasformerà invece in qualcosa di assai simile a ciò che chiamiamo «una storia d'amore».

Novità CD



Cd, le novità in libreria:
- Richard Galliano, "Vivaldi"
- Pat Metheny, "Tap: John Zorn's book of Angels, vol. 20"
- Piccola Orchestra Karasciò, "Apologia" (cd + libro)

http://www.youtube.com/watch?v=yFnskZe3suk

http://www.youtube.com/watch?v=HrUNbk6B_-8

http://www.piccolaorchestrakarascio.com/

https://www.facebook.com/piccolaorchestrakarascio

Novità DVD




Dvd, le novità in libreria:
- Quentin Tarantino, "Django Unchained"
- "Apocalypse Hitler" documentario, Cinehollywood, cofanetto 2 dvd)

giovedì 16 maggio 2013

L'enigma della mano sinistra. Storia del mancinismo




Rik Smits, "L'enigma della mano sinistra. Storia del mancinismo" (Odoya, pagg. 304)

“È bizzarro che ben cinque dei nostri sette presidenti americani siano stati mancini: 
si tratta di un numero improbabile! La sua storia del mancinismo è un’affascinante cornucopia della scienza e della superstizione… Ancora nel 1961, lo psichiatra Abram Blau ammoniva i genitori: ‘Non permettete a vostro figlio di essere un mancino!’.
Un pregiudizio antico e universale… Ma se il Diavolo è sempre stato considerato mancino, Michelangelo, che era ambidestro, dipinse il suo Adamo nell’atto di ricevere la vita da Dio attraverso l’indice della sua mano sinistra.” 

Ronald Reagan e Barack Obama hanno entrambi firmato leggi con la loro mano sinistra. E il fatto di essere mancini non ha certo ostacolato le realizzazioni artistiche di Michelangelo o Raffaello. E il virtuosismo di Jimi Hendrix potrebbe essere stato perfino agevolato dalla sua tendenza a usare la mano sinistra. Il mancinismo, infatti, non sembra essere un grosso problema. Eppure, nel corso della storia, è stato associato alla goffaggine e a tratti di personalità in genere discutibili come l’inaffidabilità e la mancanza di onestà. E in effetti basta pensare alle connotazioni inquietanti dell’aggettivo “sinistro”… In L’enigma della mano sinistra Rik Smits ci svela perché la storia sia stata così ingiusta e cattiva nei confronti dei nostri antenati mancini. Mettendo attentamente insieme i numerosi pezzi del puzzle, ci presenta una serie di aneddoti storici e bizzarre superstizioni, compresa l’associazione a malattie di tutti i tipi, tra cui il ritardo mentale, l’alcolismo, l’asma, la febbre da fieno, il cancro, il diabete, l’insonnia, la depressione e la criminalità. Anche nell’illuminato XXI secolo, essere mancini incontra ancora delle opposizioni, come quelle di un illustre psicologo che lo identifica con il negativismo infantile, simile al rifiuto di un bambino a mangiare ciò che ha nel piatto, mentre c’è chi addirittura sostiene che i mancini abbiano una durata della vita media più breve di nove anni rispetto a tutti i destrorsi. Come ci ricorda Smits, tale speculazione è sostenuta da poche prove reali, e gli argomenti presentati dai sostenitori della mano destra tendono a rivelarsi ironicamente assurdi. 
Ma al di là del folklore e del mito, i concetti di sinistra e destra hanno un’influenza reale sul nostro modo di vivere che si manifesta in ogni campo: dall’ingegneria e dall’architettura alla musica, dalla pittura alla fotografia, dal cinema ai fumetti. 

mercoledì 15 maggio 2013

I dodici profeti




"I dodici profeti" (a cura di Elena Loewenthal, Einaudi, rilegato, pagg. 140)

Nel canone di Israele ci sono i cosiddetti "profeti anteriori" o "primi profeti" (Giosué, Giudici, Samuele, Re), e i "profeti posteriori" o "ultimi", cioè i profeti propriamente detti.  Entro questo corpus i cosiddetti "minori" sono presenti nel numero di dodici (Giona, Aggeo, Osea, Amos, Abacuc, Zaccaria, Giole, Ovadia, Michea, Nahum, Sofonia, Malachia).
In questo volume Elena Loewenthal ha tradotto i dodici profeti minori, o "piccoli", accostandovi i capitoli dei Re dedicati alla predicazione di Elia, la cui storia è paradigmatica della figura del profeta, del suo status sociale ed esistenziale. La vicenda di Elia, qui accomunata a quelle di Osea, Zaccaria, Isaia e degli altri "posteriori", è quella piú suggestiva da un punto di vista narrativo ed è anche quella che di fatto chiude la parabola della profezia nella Bibbia.
L'insieme del volume vuole sottolineare la portata letteraria di questi testi, al di là delle possibili discussioni storiche o teologiche. La forza del racconto, la sua portata spirituale, evocativa, stanno alla base della traduzione e del montaggio operati da Elena Loewenthal. Ma anche, nelle intenzioni della curatrice, c'è il desiderio di osservare da vicino la natura del profeta, così singolare rispetto ad altre figure canoniche della scrittura biblica, il suo destino non felice di isolamento quasi assoluto nel drammatico faccia a faccia con la verità, la sua esperienza mistica di passività nei confronti di Dio e quella complementare, per lo più sconfortante, di traduzione agli uomini del messaggio raccolto.

"La solitudine del profeta è indissolubile compagna della vocazione e dell'identità: i profeti sono decisamente i piú individualisti di tutta la Bibbia, e non per scelta. Sono singolari di fronte al mondo, cosa che non capita mai agli altri protagonisti del tessuto sacro, che siano Abramo o Mosè - quest'ultimo è solo sul monte, al momento di ricevere la Torah, ma si tratta di un momento, per quanto fondamentale. E non per niente è definito come il piú ispirato e potente profeta fra tutti. (...) Accanto alla solitudine del profeta, c'è l'invadenza divina. La voce che comanda la parola fa paura, è inopinata, giunge quando vuole e non perdona. Nella loro natura di individui, rari nel tessuto della storia sacra, i profeti sono dei contenitori di questa ispirazione dal cielo che non guarda in faccia a nessuno. In un certo senso, «profeta» è una parola passiva, che subisce. E, diversamente dai patriarchi e dai condottieri, i profeti non hanno neppure l'onore delle armi, non riescono a cambiare il mondo ma soltanto a vederlo per quello che è. Quasi sempre restano inascoltati" (Elena Loewenthal)

Agnon. Nel cuore dei mari




Shmuel Yosef Agnon, "Nel cuore dei mari" (Adelphi, pagg. 164)

Scritto nel 1926, edito ora da Adelphi in edizione italiana a cura di Ariel Rathaus, "Nel cuore dei mari" è considerato uno dei testi più importanti dello scrittore ebreo S. Y. Agnon (1888-1970), Nobel per la Letteratura 1966.

Tutto comincia con Hanania, colui che ha «girato mezzo mondo e superato tante prove». Sotto la sua guida, un piccolo gruppo di ebrei della Galizia polacca, composto da uomini e donne prescelti non «per propria rettitudine, ma solo in virtù della misericordia divina», intraprende il viaggio verso la terra d'Israele – secondo la tradizione diffusa in quelle regioni dal Baal Shem Tov, il fondatore del Hassidismo –, lungo un percorso in cui ogni luogo sprigiona una sorta di incanto. Così è per il punto di partenza, Buczacz, cittadina dove «sembra quasi che le stelle siano appese ai tetti delle case»; per Vaslui, con il suo importante mercato di miele e cera; per Barlad, con le lapidi nerofumo dei martiri nel cimitero vecchio. E così è soprattutto per Kushta la Grande, ovvero Stambul, la città senza eguali al mondo». Ma via via che il viaggio prosegue, non senza disagi, se ne rivela l'autentica dimensione: paesi, oggetti e persone si trasfigurano in un fitto chiaroscuro fantastico, visioni ed eventi arcani (l'apparizione tentatrice di Satana che cerca di dissuadere i pellegrini dal loro proposito, la misteriosa scomparsa di Hanania) si susseguono, e ogni tappa sembra comporre un itinerario mistico-simbolico. E ben diverso dall'Eden annunciato, concreto e insieme celeste, appare infine l'approdo – dove la promessa si adempirà solo a prezzo di molte altre prove, poiché «la mancanza precede necessariamente la pienezza dell'Essere».

Antologie Isbn. Giovani scrittori di India e Cina




A.A.V.V. (a cura di Gioia Guerzoni), "India. Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti" (Isbn, pagg. 192)
A.A.V.V. (a cura di Frank Meinshausen), "Cina. Undici scrittori della rivoluzione pop" (Isbn, pagg. 224)

INDIA
Sei reportage, cinque racconti e tre fumetti per raccontare la vita nelle nuove città mostro indiane, dagli avveniristici centri direzionali di Delhi alle popolose baraccopoli di Mumbai. Popolati da idraulici veggenti, attricette porno, bambini scomparsi nel nulla e montagne di jeans, questi luoghi dalla storia millenaria sono ormai proiettati in un futuro ipertecnologico e iperconsumista, ben lontano dagli stucchevoli esotismi e cliché bollywoodiani. Questa antologia che Isbn dedica alla nuovaIndia raccoglie le voci di giovani artisti, scrittori e giornalisti impegnati a confrontarsi con il peso della tradizione, le derive del progresso e del capitalismo, la povertà endemica, l’imposizione o l’assenza di valori, la difficile convivenza tra religioni diverse. "India" raccoglie il meglio di una generazione che, «rientrata in patria» dopo il classico soggiorno in Occidente, ha deciso di restare e di capire, senza farsi abbagliare dal facile quanto funesto miraggio della «Shining India». Undici scrittori, nati intorno agli anni Settanta, offrono un ritratto trasversale di un subcontinente da tempo in vertiginosa mutazione. Ogni storia è accompagnata da una scheda biografica e da una breve intervista all’autore.


CINA
Undici giovani scrittori raccontano le megalopoli del boom, il sesso e la violenza della Cina contemporanea. Shanghai, Beijing, Nanjing, Chongqing. Esistenze frenetiche, estraniate e stranianti, travolte dal ritmo del denaro, invase dalla televisione, ipnotizzate dalla tecnologia, incapaci di trovare l’amore. Attraverso il filtro delle nuove dilaganti metropoli, il distacco dalla cultura tradizionale e dal comunismo si ribalta in un rabbioso e cieco conflitto generazionale. Le storie contenute in questa antologia ci raccontano in modo folgorante e sincero l’Est asiatico, rivelando lo slancio incontenibile verso la ricerca della libertà che percorre la Cina neocapitalista, insieme a tutto il suo potenziale rivoluzionario e autodistruttivo. Gli autori di Cina sono tutti nati negli anni Sessanta e Settanta. Ogni racconto è accompagnato da una scheda biografica dell'autore.


Alice Albinia. Imperi dell'Indo




Alice Albinia, "Imperi dell'Indo. La storia di un fiume" (Adelphi, immagini, pagg. 496)

"Imperi dell’Indo" è il resoconto dell’audace viaggio solitario lungo il "Fiume dei Fiumi", dalla foce alla sorgente, compiuto dall'inglese Alice Albinia a ventinove anni (il viaggio è del 2005, il libro è stato pubblicato nel 2008, ed esce ora in prima traduzione italiana): più di tremila chilometri attraverso paesi, panorami e popoli osservati con sguardo empatico, in un pellegrinaggio avventuroso fra tribù pashtun e fuoricasta metropolitani, santuari sufi e fondamentalisti islamici, fitto di incontri con memorabili personaggi il cui destino è fatalmente intrecciato a quello del grande fiume. Le sue rive "hanno attratto con­quistatori assetati. Qui nacquero alcune delle prime città al mondo; la più antica letteratura sanscrita dell’India ebbe il fiu­me al suo centro; i santi predicatori del­l’I­slam peregrinarono lungo il suo corso".
Un itinerario controcorrente e insieme a ritroso nel tempo – dal presente travagliato del Pakistan ai fasti dell’impero britannico, dalle conquiste dei sultani afghani ad Alessandro Magno, dall’epoca dei Veda a quella della misteriosa civiltà di Mohenjodaro –, raccontato con una scrittura lieve in un libro che è insieme romanzo di viag­gio e indagine storica, trattato di geografia umana e riflessione sul subcontinente indiano di oggi.

martedì 14 maggio 2013

Jared Diamond. Il mondo fino a ieri




Jared Diamond, "Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?" (Einaudi, rilegato, pagg. 508)

Il nuovo libro del biologo, fisiologo, antropologo e storico statunitense Jared Diamond (1937- , Università della California), l'autore dei celebri "Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni" e "Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere" (entrambi Einaudi, entrambi disponibili in libreria).

Dai viaggi in aereo ai telefoni cellulari, dall'alfabetizzazione all'obesità, la maggior parte di noi dà per scontate alcune caratteristiche della modernità, ma per la quasi interezza dei suoi sei milioni di anni di vita la società umana non ha conosciuto nulla di tutto ciò. E se il baratro che ci divide dai nostri antenati primitivi può apparirci incolmabile, osservando le società tradizionali ancora esistenti, o esistenti fino a poco tempo fa, possiamo farci un'idea di com'era il nostro antico stile di vita. Società come quella degli abitanti degli altipiani guineani ci ricordano che, in termini evoluzionistici, le cose sono cambiate soltanto di recente, e questo libro ci offre un affascinante ritratto di prima mano di ciò che per decine di migliaia di anni è stata la vita dell'umanità, soffermandosi sul significato che le differenze fra quel passato ormai quasi scomparso e il nostro presente hanno per l'uomo di oggi.

"Il mondo fino a ieri" è il libro piú personale scritto da Jared Diamond, che attinge a piene mani a decenni di lavoro sul campo nelle isole del Pacifico e da testimonianze sugli inuit, gli indios dell'Amazzonia, i san del Kalahari e molti altri popoli. Diamond non idealizza romanticamente le società tradizionali: alcune fra le loro pratiche restano per noi inaccettabili, ma è importante riconoscere dove e quando le loro esperienze hanno fruttato dei passi avanti nella società e nel comportamento umani. Egli ci indica quindi motivi di ammirazione e lezioni degne di essere imparate, a partire dall'approccio tradizionale a questioni universali come il trattamento degli anziani, l'allevamento dei figli, la risoluzione delle controversie, la valutazione del rischio e la salvaguardia del benessere fisico e della salute.

Perché Aldo Moro doveva morire?




Ferdinando Imposimato, "I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera" (Newton Compton, pagg. 322)
David Sassoli-Francesco Saverio Garofani, "Il potere fragile. I consigli dei ministri durante il sequestro Moro" (Fandango, pagg. 160)

IMPOSIMATO
" 'I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia' (...) fornisce la prova piena della intenzionalità delle 'clamorose inadempienze e delle scandalose omissioni da parte degli apparati dello Stato', i quali - ed è questa la novità sconvolgente narrata nel libro - pur essendo a conoscenza del luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro - in via Montalcini numero 8 (int. 1) - non fecero nulla per salvare la vita dell'ostaggio; anzi, il 7 maggio 1978, cioè due giorni prima dell'uccisione dell'uomo politico, impartirono ai militari che già da due settimane tenevano sotto controllo la prigione ed erano pronti ad intervenire per la data dell'8 maggio, l'ordine di abbandonare il campo, consentendo, così, il sacrificio di Aldo Moro con il suo assassinio"

SASSOLI-GAROFANI
A 35 anni dall'omicidio Moro il libro che con documenti inediti ci racconta il cuore dello Stato. Cosa si pensava  cosa si diceva nella stanza dei bottoni durante il sequestro Moro?
Qual è stata la risposta dello Stato al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro? 
Per completare la mole di informazioni che in questi anni sono via via emerse, all’Archivio Centrale dello Stato sono stati depositati i verbali delle otto riunioni del Consiglio dei ministri durante i 55 giorni che sconvolsero la Repubblica. È materiale declassificato, utile agli storici, rimasto per 35 anni in cartelline ingiallite che custodiscono il lavoro, le discussioni e le iniziative del massimo organo politico-amministrativo. Le riunioni riferiscono l’impreparazione, l’approssimazione e le paure di una classe politica travolta da una vicenda che ha segnato la storia del secondo Novecento.

Marlene e Leni. Seduzione, cinema e politica




Gian Enrico Rusconi, "Marlene e Leni. Seduzione, cinema e politica" (Feltrinelli, pagg. 208)

Marlene Dietrich (1901-1992) e Leni Riefenstahl (1902-2003) sono state due icone del cinema del loro tempo, dalla Germania di Weimar all’America di Hollywood. Interpretando a modo loro “la donna nuova” hanno incarnato due differenti tipi di erotismo e di seduzione, mettendoli in scena sullo schermo – come attrice e cantante Marlene, come regista Leni.
I loro destini speculari, incrociati e opposti, attraversano un periodo cruciale della storia e della società occidentale negli anni Venti e Trenta – ma ancora oltre. Marlene, dopo il successo de L’angelo azzurro, assurto nel frattempo a uno dei simboli della “cultura di Weimar”, si trasferisce presto in America diventando una diva internazionale. Leni invece in Germania mette la sua straordinaria creatività registica al servizio del nazionalsocialismo (Il trionfo della volontà, Olympia) e alla seduzione di massa esercitata dal suo Führer. È il momento di maggiore divaricazione tra le due artiste. Con lo scoppio della guerra la Dietrich, antinazista dichiarata, usa la sua arte a favore della truppa combattente, ritornando nella sua Berlino in divisa americana. La Riefenstahl, invece, in nome della “apoliticità” dell’arte continua a inseguire i suoi modelli di estetica cinematografica, ancora molti anni dopo la catastrofe tedesca. 

Appunti per un'apologia di Roberto Saviano

Mio articolo: "Appunti per un'apologia di Roberto Saviano":

http://eidoteca.net/2013/05/13/appunti-per-unapologia-di-roberto-saviano/

sabato 11 maggio 2013

Giallo Dominioni




I primi due titoli di "GIALLO DOMINIONI", la nuova collana lanciata dal grande Alessandro Dominioni, editore-libraio comasco:
- Giorgio Frigerio, "Delitto a passo Pinei" (pagg. 160)
- Marco Gatti, "Quella notte sul lago di Como" (pagg. 160)

GIORGIO FRIGERIO
Delitto a Passo Pinei.
“Splendido pomeriggio, vero?”. L’ispettore si presentò alla ragazza, che sembrava immersa in chissà quali pensieri, obbligandola a girarsi di scatto.
Un paio di occhi azzurri lo fissarono per una frazione di secondo. Gli stessi splendidi occhi che un attimo dopo si accesero magicamente:
“Ah! Ispettore! Non ci hanno ancora presentato, ma la sua presenza in albergo non è certo passata inosservata!” 
“Piacere! Luisa Confalonieri” 
Non era assolutamente truccata, e le sue labbra, disegnate in un volto pressochè perfetto, erano di un colore rosso così vivo, che l’ispettore non potè che indugiarvi, per un attimo, con lo sguardo.
Pur non indossando nulla di appariscente, trasmetteva, in quel suo atteggiarsi quasi da adolescente, un certo che di misterioso ed accattivante, del tipo a cui gli uomini difficilmente restano indifferenti.


MARCO GATTI
Quella notte sul lago di Como
Matteo Rovi è un giornalista squattrinato, con una passione per la bottiglia ed una storia da dimenticare dietro le spalle.
Il vizio di alzare il gomito lo rende protagonista, tre anni prima, di un rocambolesco incidente lungo la Statale Regina. Sull’asfalto restano quattro morti.
La salvezza di Matteo, uscito indenne dall’incidente, è anche la sua rovina psicologica e professionale.
Un pomeriggio di giugno una telefonata scuote la piatta esistenza del giornalista. In pochi giorni la sua vita cambia ritmo. Nuovi protagonisti entrano a sconvolgerne la routine, e con loro riaffiorano le ombre di un passato dimenticato, con cui dovrà fare i conti.

venerdì 10 maggio 2013

Dvd le novità in libreria




Dvd, le novità in libreria:
- Steven Spielberg, "Lincoln" (visto al cinema, gran film)
- David Attenborough, "Il meraviglioso mondo dei rettili e degli anfibi" (documentario, 3 dvd in cofanetto, durata 289')
- David Attenborough, "Serpenti come non li avete mai visti" (documentario, durata 98')
- "Pellegrinaggio a Medjugorje" (documentario, durata 60')
- "Mark Zuckerberg. La vera storia" (documentario, durata 60')

Cd le novità in libreria



Cd, le novità in libreria:
- Joe Satriani, "Unstoppable momentum"
- Elio e le Storie Tese, "L'album biango"
- Enrico Ruggeri, "Frankenstein" (cofanetto cd + libro)
- Deep Purple, "Now What?!"
- "Radio Italia Story. La nostra storia" (3 cd)

http://www.youtube.com/watch?v=6yvIkbStKSw

http://www.youtube.com/watch?v=dCOho3CRp6A

http://www.rockol.it/recensione-5269/Enrico-Ruggeri-FRANKENSTEIN

http://www.youtube.com/watch?v=VxPhHRDJ4TM

giovedì 9 maggio 2013

Edgardo Franzosini. Sotto il nome del cardinale




Edgardo Franzosini, "Sotto il nome del cardinale" (Adelphi, pagg. 172)

Ripamonti, chi era costui? Un nome che alle orec­chie dei più non dice granché; o forse risveglia una vaga eco, persa nella nebbia dei ricordi scolastici: una delle fonti dei Promessi sposi (in verità  la prima e la più importante): Giuseppe Ripamonti (1573-1643), presbitero e storico, dottore della Biblioteca Ambrosiana, autore della 
"Historia Ecclesiae mediolanensis" e del "De peste mediolani quae fuit anno 1630". 

Edgardo Franzosini ricostruisce in questo libro la storia di Giuseppe Ripamonti, e indaga sui reali motivi per i quali, dopo essere stato un protégé di Federico Borromeo – che lo no­minò Dottore del­l’Ambrosiana e lo accolse nel palazzo arci­ve­scovile –, il Ripamonti subì, pro­prio da parte del Cardinale, una «fiera per­secuzione», co­stata quat­­tro anni di carcere duro.
Scavando negli archivi, spulciando fra i testi, rileggendo ogni sorta di docu­menti, Franzosini ci svela a poco a poco una verità diver­sa da quella del­le carte proces­suali, che parlano di magia e stre­go­neria, libri proibiti e insubordi­­nazione (e ac­cennano persino al «peccato nefando» di sodo­mia): che al­l’origine di tutto ci sia (come scri­ve dal car­cere lo stes­so Ripa­mon­ti) un «fatto mirabi­le, in­cre­di­bi­le», o piut­tosto «or­ribil e atroce», il fatto cioè che esi­sta­no signori i qua­li «aspi­rano a guada­gnarsi fama im­mor­tale con lavori faticati da mani che non sono le lo­ro, ed ai qua­li ap­pongono il proprio no­me». Anche se si tratta di un nome santo come quel­lo dello stesso Federico Bor­romeo.


Di seguito una recensione al libro uscita su La Repubblica di oggi (da La Repubblica - ROBERTO CICALA- 09-05-2013):
"  RIPAMONTI, IL GHOSTWRITER DEL CARDINALE FEDERIGO - L’INQUISIZIONE LO CONDANNÒ E IMPRIGIONÒ
Il rapporto tra Borromeo e il suo scrivano è ricostruito in un libro di Edgardo Franzosini
«FARE di Milano la seconda Roma» è l’aspirazione del cardinal Federigo con la Biblioteca Ambrosiana che Manzoni dice ideata «con sì animosa lautezza». Sono trascorsi 400 anni da quando il Borromeo, intorno alla prima biblioteca pubblica al mondo, crea quadreria, scuola d’arte e, nel 1613, collana editoriale e stamperia, trampolino per un suo salto nella fama di scrittore. Lo testimoniano lettere tra il cugino di san Carlo e i “Dottori” dell’istituzione: «consegne», «ritardi» e «approvazioni» dipendono sempre da un tale Ripamonti. Chi era costui? I lettori dei Promessi sposi ricordano dai tempi di scuola che una sua Historia è tra le fonti del romanzo, per esempio per la monaca di Monza. Ma lo storico è anche protagonista di una «fiera persecuzione» costata quattro anni di carcere: lo sanno i frequentatori d’archivi come Edgardo Franzosini cui si deve l’avvincente ricostruzione, alla Sciascia, della parabola di un’intellettuale che soccombe Sotto il nome del Cardinale. Così s’intitola il libro (Adelphi, pp. 172, euro 12) dedicato al «familiare» del Borromeo finito in disgrazia. Perché? Lo stesso Federigo, sorpreso del giovane brianzolo che sa latino ed ebraico («sembra allevato più tosto in Athena e Gerusalemme che in Lombardia»), lo accoglie nel seminario appena sorto alla Porta Orientale. Il chierico passa al Collegio dei gesuiti di Brera ed è scrivano di monsignori prima di essere ordinato prete. Ed è subito tra i nove “Dottori” dell’Ambrosiana, inaugurata mentre il cardinale decide di diventare scrittore accogliendo Ripamonti nel suo palazzo, «commensale al suo desco, compagno di lettiga» durante le visite pastorali. I curiali non lo amano rimproverandogli di non aver taciuto risvolti ecclesiali poco limpidi nella sua Storia patria. Dall’idillio al vade retro nel 1618: arrestato a Gropello, il tribunale dell’Inquisizione in S. Maria delle Grazie lo condanna per «non aver creduto la canonizzazione di san Carlo, aver letto libri proibiti e aver persino prevaricato di sodomia». Come può il cardinale permettere tanto per il fido collaboratore? Manzoni conosce la risposta avendo letto due sue probabili lettere consultate presso il collezionista Carlo Morbio. Sono sorprendenti: in esse parla di «signori che aspirano a guadagnarsi fama immortale con lavori faticati da mani non loro, ai quali appongono il proprio nome». Del cardinale, a dispetto del motto «humi-litas », dice che «invaghitosi della fama di scrittore latino, et avendo in ciò adoperata l’opera mia… vuole ch’io sia morto prima di lui; et debbo morire se Dio non fa qualche miracolo». Un mezzo miracolo avviene: il Borromeo gli invia nella cella «tenebrosa» i primi libri con «tanto di penna, carta ed inchiostro» e un po’ di luce che basta per «il rifacimento degli scritti altrui», quell’attività di ghostwriter, scrittore fantasma per conto terzi, sua fortuna e rovina. Torna agli «esecrandi lavori di traduzione e rifusione», ospite forzato nel palazzo dell’arcivescovo, «carico di doloroso, indicibile rancore» annota Franzosini. Alla Porta Orientale, dove ha iniziato il suo cammino, compaiono nel ’29 i primi segni della peste, spunto per un libro suo e uno del cardinale scrittore che muore l’anno dopo. Ripamonti gli sopravvive e cerca di riprendersi la salute nella nativa Brianza, a Rovagnate. Dovrà aspettare la morte per una fama riparatrice nei Promessi sposi. Qui Manzoni fa capire di conoscere quanto il cardinal Federigo fosse «ammirabile in complesso» ma senza che in lui «ogni cosa lo fosse ugualmente».   "

Raimondo Luraghi. La guerra civile americana




Raimondo Luraghi, "La guerra civile americana. Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto industriale" (Rizzoli, pagg. 256)

Lo storico militare e americanista Raimondo Luraghi (1921-2012) è autore della monumentale "Storia della guerra civile americana" (prima edizione Einaudi 1966, oggi Rizzoli, pagg. 1420, disponibile in libreria), un classico della storiografia e il testo più importante e più esaustivo in lingua italiana (ma è tradotto e noto anche negli Stati Uniti) sulla guerra di secessione o guerra civile americana (1861-1865).
E' uscito ora postumo per Rizzoli questo nuovo volume di Luraghi sulla guerra civile americana, ultimato dall'autore l'anno scorso pochi mesi prima di morire. Un libro che completa la "Storia della guerra civile americana" del 1966 e che è stato definito dall'autore stesso "il punto d'arrivo" dei suoi studi sull'argomento e il suo "testamento scientifico".

L’Unione contro la Confederazione, le Giacche Blu contro le Giacche Grigie, Nord contro Sud: la Guerra civile americana è l’archetipo dello scontro tra due opposte visioni della civiltà, e a un secolo e mezzo di distanza essa continua ad attirare l’attenzione di studiosi e lettori per il suo ruolo cruciale nel determinare la nascita degli Stati Uniti moderni. Ricostruendo con rigore e precisione lo sfondo sociale ed economico da cui ebbe origine la Guerra di secessione, Raimondo Luraghi – il massimo esperto italiano di questo periodo storico – ci porta nel cuore di questa drammatica contesa: racconta celebri battaglie come quelle di Vicksburg e Gettysburg, descrive passo dopo passo le mosse di grandi protagonisti come Abraham Lincoln e Jefferson Davis, e ci mostra come la Guerra civile sia un conflitto estremamente moderno, il primo della civiltà industriale, e ancora fondamentale per comprendere i rapporti di forza nella nostra attuale società.

mercoledì 8 maggio 2013

Pubblici infortuni. Alessandro Piperno




Alessandro Piperno, "Pubblici infortuni" (Mondadori, pagg. 152)

Dei tanti modi in cui un essere umano può decidere di passare il suo tempo libero, leggere è uno dei più strani. A prima vista rifugiarsi tra le pagine di un libro è un tentativo di eludere la realtà. In verità, suggerisce Piperno, è esattamente il contrario: letteratura e vita si nutrono l'una dell'altra, e vicendevolmente si amplificano. I personaggi dei libri che amiamo vengono a farci visita nei momenti più delicati e inattesi, proprio come Humphrey Bogart sta affettuosamente al fianco del Woody Allen di "Provaci ancora, Sam" per dispensargli consigli di seduzione e fascino.
 Quando ci troviamo di fronte ai loro stessi bivi, agli stessi amori impossibili, amicizie perdute, offese subite, felicità promesse, è facile sentire che i protagonisti dei nostri romanzi del cuore sono gli amici che meglio potrebbero comprenderci. È la magia della lettura, il rapporto esclusivo che si crea con chi quelle pagine le abita ma anche con chi le ha scritte.
 Con buona pace di molti critici accademici, il modo migliore di leggere un libro è sempre immedesimarsi e lasciarsi rapire, fino al riso, fino alle lacrime.

I libri hanno bisogno di noi. George Steiner




George Steiner, "I libri hanno bisogno di noi" (Garzanti, rilegato, pagg. 96)

"L'incontro con il libro - al pari di quello con l'uomo o la donna destinati a cambiare la nostra vita, spesso in un momento di riconoscimento di cui non si è consapevoli - può essere del tutto casuale. Il testo che ci persuaderà di un'idea, ci farà aderire a un'ideologia e darà alla nostra esistenza un fine e una cifra interpretativa, poteva essere lì ad attenderci sullo scaffale delle occasioni, dei libri usati o di quelli in offerta.  Magari, impolverato e dimenticato, è appoggiato su un ripiano proprio accanto al volume di cui siamo alla ricerca. L'inconsueta sonorità della parola stampata sulla copertina deteriorata può catturare la nostra attenzione: Zarathustra, Il divano occidentale orientale, Moby Dick, Horcynus Orca. Finché un teso sopravvive, da qualche parte sulla terra, anche in un silenzio ininterrotto, è sempre capace di risuscitare. Walter Benjamin lo insegnava, Borges ne ha fatto la mitologia: un libro autentico non è mai impaziente. Può attendere secoli per risvegliare un'eco vivificante"  (George Steiner)

martedì 7 maggio 2013

Mario Fortunato. L'Italia degli altri




Mario Fortunato, "L'Italia degli altri" (Neri Pozza, pagg. 160)

"In "Etichette", apparso per la prima volta nel 1930, Evelyn Waugh delinea, tra il serio e il faceto, una sorta di casistica del viaggiatore nordeuropeo che, nel corso dei secoli, si è avventurato dalle nostre parti. Si comincia col superstite del Grand Tour: un giovanotto bennato e facoltoso, come Goethe, Alexis de Tocqueville e Stendhal, che sfida sempre qualcuno a duello, ha parecchie avventure erotiche e alla fine torna a casa, pronto per incarichi legislativi. Si passa poi al viaggiatore borghese, che dà avvio all'orrendo traffico di chincaglierie e oggetti dozzinali da portare a casa come souvenir e trova più economico e conveniente vivere all'estero. E si finisce col viaggiatore novecentesco, che parla con la povera gente nelle osterie lungo la via e vede nella diversità dei tipi la struttura e l'unità dell'Impero romano. Viaggiatori diversi, ma tutti con la medesima convinzione di trovarsi in un Paese dalla smodata quantità di bellezza, cosi eccessiva e straripante da sperperarsi e perdersi. La parola "bellezza" è il leitmotiv di tutti i Grand Tour che, dalla fine del Settecento, hanno esplorato, interpretato, e in definitiva creato, l'identità italiana, quell'altro da sé che lo straniero decide a un certo punto di far proprio. "La bellezza circostante" ha scritto una volta Brodskij, "è tale che quasi subito si è presi da una voglia assolutamente incoerente, animalesca, di tenerle testa, di mettersi alla pari".

Mario Fortunato indaga la natura mimetica di questo desiderio che, da Wilhelm von Gloden fino a Norman Douglas e a Wystan Hugh Auden, ha spinto illustri scrittori sulle nostre coste, convinti di essere approdati nella terra della più sorprendente libertà sessuale ("tutti lo fanno per divertimento", scrisse Auden a un'amica da Ischia). Lo stesso desiderio mimetico che ha permesso a Frederic Whyte, disegnatore di giardini inglese, di creare in Sabina un perfetto giardino all'italiana, e che, sempre in quel lembo di terra, ha allietato gli ultimi anni del grande editore Giulio Einaudi, il quale con dedizione assoluta curava, potando, innestando e concimando, le rose del suo piccolo giardino all'inglese.

Antony Beevor. La seconda guerra mondiale




Antony Beevor, "La seconda guerra mondiale. I sei anni che hanno cambiato la storia" (Rizzoli, I sestanti collana diretta da Paolo Mieli, rilegato, immagini, pagg. 1094)

Nuova, monumentale, storia della seconda guerra mondiale.
"La seconda guerra mondiale come l'avrebbe raccontata Tolstoj" (The Washington Post)

Giugno 1944: sulla costa della Normandia gli Alleati catturano il coreano Yang Kyoungjong. Yang è stato arruolato a forza dall'esercito imperiale nipponico, dall'Armata Rossa, dalla Wehrmacht, ed emigrerà poi negli Stati Uniti. È solo uno dei protagonisti del ricco mosaico composto da Antony Beevor in un'opera che, attingendo alle ultime scoperte d'archivio, affronta la seconda guerra mondiale da una prospettiva nuova. Beevor spazia da fronti noti ad altri meno conosciuti, dal Sahara alla giungla birmana, dalle atrocità dei gruppi d'assalto delle SS e dei gulag sovietici fino alla barbarie dello scontro sino-giapponese. E sul telaio di un racconto globale del conflitto, tesse i fili di mille micro-storie personali, restituendo alla guerra più crudele e distruttiva che il mondo ricordi una dimensione e una verità profondamente umane.

Antony Beevor (1946- ), ex ufficiale dell’esercito britannico, storico specializzato in storia militare. Di lui in Italia sono già usciti, sempre per Rizzoli: "Stalingrado" (1998), "Berlino 1945" (2002), "Creta. 1941-1945: la battaglia e la resistenza" (2003), "La guerra civile spagnola" (2006), "D-Day. La battaglia che salvò l'Europa" (2010).

sabato 4 maggio 2013

Dan Brown Inferno prenotazione con sconto



Se volete pagare 5 euro in meno (20 euro anziché 25) il nuovo libro di Dan Brown, "Inferno", in uscita in contemporanea mondiale il 14 maggio, mandatemi un messaggio qui su facebook, o una mail, oppure telefonatemi, o comunicatemelo in qualunque altro modo, entro il 13 maggio.

venerdì 3 maggio 2013

Frederick Rolfe. Adriano VII




Pubblicato per la prima volta nel 1904, da allora oggetto di un vero e proprio culto, riproposto ora da Beat-Neri Pozza nel centenario della morte dell'autore (Beat, pagg. 384), "Adriano VII" è un romanzo che, come tutte le grandi opere, si presta a infinite interpretazioni: può essere visto come una profetica anticipazione dei totalitarismi del Ventesimo secolo, come il libro di un impudente profanatore (secondo Giorgio Manganelli la Chiesa era, per Rolfe, il luogo da profanare, dato che solo Iddio poteva dargli l’indirizzo del Diavolo), come l’estremo, meraviglioso frutto di un’esistenza eccentrica.

In un freddo giorno di marzo dei primi anni del Novecento, George Arthur Rose, vestito col suo prediletto abito di tela blu simile a una tuta da meccanico, si aggira come un recluso tra le pareti della sua casa londinese. Consumato da anni di speranze non soddisfatte, smarrito dinanzi alla rovina del mondo («Le antiche monarchie legittime sono dovunque in declino, e Demos è pronta ad inghiottirle nelle sue fauci vili», ama dire al suo gatto, declamando D’Annunzio), vive nella povertà più assoluta, non confortata da alcuna sacerdotale parvenza di santità. George Arthur Rose è un prete mancato. Per oscure ragioni – invereconde calunnie, atroci oltraggi, secondo lui, di giovinetti immaturi – è stato brutalmente espulso dal Saint Andrews, il Pontificio Collegio Scozzese di Roma.
Bandito dalla Chiesa cattolica, come una spina, una peste, un’ulcera corrosiva e purulenta, Rose ha reagito abbracciando di proposito la sua nefasta fama: si è messo a posare a genio altero, sottile, dotto, inaccessibile. Lui, un uomo che la divina Vocazione spingerebbe a essere attivo e possente, ridotto a languire in bizzarre e stupide pose!
George Arthur Rose non sa, tuttavia, che questo freddo giorno di marzo è, in realtà, il giorno del suo trionfo. Al suo misero cospetto appariranno tra un po’ due uomini di Chiesa gravi e importanti, un vescovo robusto coi capelli scuri, e un cardinale coi capelli bianchi e l’aspetto pittoresco. Verranno a omaggiarlo come esperto conoscitore degli annali dei conclavi, gli diranno che il conclave in corso per eleggere il nuovo successore di Pietro è stato misteriosamente rinviato e gli chiederanno di accettare gli ordini sacri, senz’altro indugio che quello voluto dalle leggi canoniche.
Di lì a poco le imperscrutabili vie della Provvidenza schiuderanno l’impensabile: dopo un’ulteriore seduta del conclave in cui l’intransigenza e l’equivalenza delle fazioni vieteranno una nomina regolare, il collegio dei «Compromissari» eleggerà sul soglio di Pietro proprio lui, George Arthur Rose, l’antico reietto, che prenderà il nome di Adriano VII e, più inflessibile di Bonifacio VIII, salverà l’Europa dal caos e dall’anarchia e ridisegnerà i confini del mondo.

Frederick Rolfe nacque a Londra nel 1860. Convertitosi al cattolicesimo da giovane, dopo gli studi di teologia all’Oscott College e al Collegio Scozzese di Roma, da dove fu espulso «per oscure e sinistre ragioni», come scrisse Emilio Cecchi, cominciò la sua esistenza avventurosa, fatta di mille mestieri – fu fotografo, decoratore, insegnante, segretario del capo dei socialisti inglesi, pittore – e di intrighi, scandali e miserabili cadute. Nel 1913, a Venezia, dove, a giorni alterni, viveva nello sfarzo o nella povertà più assoluta (tutti coloro che l’incontravano, ha scritto Pietro Citati, avevano «l’impressione di conoscere un monaco medioevale, avvolto nel suo grande saio, e dedito a studi strani e solitari»), fu trovato morto nel suo letto. Scrisse racconti e romanzi, tra cui "Nicholas Crabbe" e "The Desire and Pursuit of the Whole", pubblicati con lo pseudonimo di Frederick Baron Corvo. "Adriano VII" è la sua opera maggiore, il romanzo in cui traspare da ogni pagina la sua inimitabile esistenza.

Jacek Dehnel. Il quadro nero




Jacek Dehnel, "Il quadro nero" (Salani, pagg. 252)

Francisco Goya (1746-1828), una leggenda vivente, una personalità esplosiva, pittore acclamato presso le corti reali di tutta Europa, ma agli occhi del suo unico figlio Javier un mostro gaudente, un egoista che vive solo per l’arte, incapace di dare amore a chi lo circonda. Tre diverse voci, intrecciate tra loro, narrano in questo romanzo gli ultimi anni di vita del grande pittore spagnolo, fuggito in esilio a Bordeaux con la sua ultima amante, Leocadia e la figlia di lei, Rosario. Ascoltiamo così Francisco, Javier e Mariano – padre, figlio e nipote – uniti e separati dall’arte e da sentimenti confusi d’affetto, di rabbia, di rivalità.
Francisco a Bordeaux dipinge e soffre per l’assenza di Javier, che da Madrid lancia le sue accuse contro un padre colpevole di aver sempre represso le sue passioni, di averlo costretto a un matrimonio non voluto, di aver forse, addirittura, insidiato sua moglie, fino a farlo dubitare della paternità di Mariano, che dal canto suo idolatra il nonno. Nemmeno la morte di Francisco riesce a spezzare questo claustrofobico e inquietante microcosmo. E su tutto aleggiano, terribili e bellissime, le “Pitture nere” della Quinta del Sordo, tra le quali spicca quel Saturno che divora i suoi figli che molto può spiegare di un rapporto impossibile.

Jacek Dehnel (Danzica, 1980). Romanziere, poeta, artista figurativo e dandy, enfant prodige del panorama letterario polacco contemporaneo, ha pubblicato il suo primo libro di racconti nel 1999 e due volumi di poesie nel 2004 e 2005, per i quali ha ricevuto il plauso del Premio Nobel per la Letteratura Czesław Miłosz (1911-2004). Nel 2005 ha vinto il Koscielski, il più prestigioso premio polacco per giovani scrittori. Di lui Salani ha già pubblicato "Lala. Sotto il segno dell'acero" (2009) che ha ricevuto il premio Passport, il più ambito riconoscimento letterario attribuito nel suo Paese. 

Mo Yan. Le rane




Mo Yan, "Le rane" (Einaudi, rilegato, pagg. 390)

Con "Le rane", il nuovo romanzo del Premio Nobel per la Letteratura 2012 Mo Yan (1955- ), per la prima volta nella storia della letteratura cinese viene affrontata la questione dolente della politica demografica portata avanti dal regime.

Wan Xin ha fatto nascere migliaia di bambini: tutte le donne che hanno partorito negli ultimi cinquant’anni nella regione di Gaomi, l’hanno fatto con lei.
Venerata come abile custode dei misteri della vita, Wan Xin diventa membro del Partito comunista cinese nel 1955. Dieci anni dopo, il Partito le chiede di mettere il suo talento al servizio del Governo, e lei - per coerenza, per fedeltà, per debolezza forse - accetta: con il programma di controllo delle nascite, Wan Xin si trasforma, da colei che conduce alla vita, in colei che la vita la interrompe.
Da eroica dea della fertilità a boia inesorabile di migliaia di bambini non nati, si dedica a questa nuova mansione con lo stesso zelo che metteva nell’accogliere i primi vagiti dei neonati di Gaomi, e non smette neppure quando il «programma» diventa violenza disumana e indiscriminata.
Sarà il gracidare delle rane, in una notte spaventosa e rivelatoria di molti anni dopo, a farla vacillare: quando la stretta del regime si allenta Wan Xin vede crollare gli ideali con cui, per decenni, aveva messo a tacere la propria coscienza. Ed è costretta a fare i conti con le proprie colpe.
A raccontarci la storia di Wan Xin è suo nipote Wan Zu – meglio conosciuto come Girino. Affacciatosi al mondo con un piede, anziché con la testa, Wan Zu è vivo solo grazie al talento della zia. E quel legame che si annoda nel momento della sua nascita sembra destinato a segnare la sua vita intera...


Lo spunto è autobiografico: come Girino, Mo Yan ha avuto una zia che ha lavorato da ginecologa e ostetrica. «Tutti i miei romanzi, se mi guardo alle spalle, sono stati ispirati da determinate figure, da persone realmente esistite, - ha detto Mo Yan in un’intervista. - Persone di per sé particolarmente ricche, dal carattere estremamente complesso, che hanno vissuto esperienze affascinanti [...].Una persona come la mia vera zia, in grado di far passare per le sue mani diecimila bambini, dandogli il benvenuto al mondo, una persona come lei di per sé è già un libro ricchissimo. Scrivere di un chirurgo come lei significa naturalmente ripercorrere la storia delle nascite a partire dagli anni Sessanta, in particolare toccare le alterne vicende legate al controllo delle nascite. Tutto questo mia zia lo ha vissuto in prima persona. Contemporaneamente ha compiuto anche molti interventi di aborto. Ho semplicemente percepito che questa persona, una volta raggiunta la vecchiaia, deve aver provato senza dubbio molti dolori e molte contraddizioni».

Javier Cercas. Le leggi della frontiera




Javier Cercas, "Le leggi della frontiera" (Guanda, pagg. 400)

Alla fine degli anni Settanta, in una Spagna che stenta a lasciarsi alle spalle il franchismo e a intraprendere la Transizione democratica, Gerona è una città in cui cominciano a muoversi le bande giovanili. Una frontiera la attraversa, sociale ed etica: al di là del fiume Ter ci sono gli immigrati che vivono nelle baracche, la feccia della feccia. Ignacio Cañas è un ragazzo della classe media, vive al di qua di quel confine, ma il suo lavoro in una sala giochi, insieme all’insofferenza adolescenziale per il conformismo paterno, crea l’occasione per l’incontro che gli cambierà la vita: quello con Zarco, un giovane delinquente dal grande carisma; e con la misteriosa Tere, che da subito lo trascina in una passione struggente e segreta. Questo amore tormentato – su cui aleggia l’ombra del rapporto mai chiarito tra la ragazza e il capobanda – sarà di qui in avanti il filo conduttore delle scelte di Cañas. Tra furti d’auto, scippi, rapine, scorribande in discoteca e droghe varie, per lui e per la banda di Zarco inizia l’estate selvaggia del 1978, destinata a concludersi tragicamente, con morti e arresti. E un sospetto: qualcuno ha tradito.
Più di vent’anni dopo Ignacio Cañas, diventato nel frattempo un avvocato importante, riceve la visita inattesa di Tere, la donna che non ha mai dimenticato. È Zarco a mandarla; il detenuto più famoso del paese, ormai circondato da un’aura di eroismo, ha bisogno di lui. L’avvocato accetta di riallacciare i fili che lo legano al passato, sperando di riuscire a ripagare un antico debito, e di poter vivere finalmente il suo amore per Tere alla luce del sole.

Wu Ming1-Roberto Santachiara. Point Lenana




Wu Ming 1 - Roberto Santachiara, "Point Lenana" (Einaudi, pagg. 604)

È il gennaio del 2010 quando Wu Ming 1 parte per il Kenya. La destinazione precisa è il Mount Kenya National Park. L’obiettivo del viaggio, salire in cima al monte Kenya. Con lui c’è il suo agente Roberto Santachiara, Cecilia – moglie di Roberto -, la guida Mike Rukwaro Mwai e i suoi sei assistenti, tutti gikuyu. Delle tre cime del monte Kenya, quella prescelta è la più «semplice»: Punta Lenana, con i suoi 4985 metri sopra il livello del mare, è l’unica che si raggiunge camminando.
Se i suoi compagni di viaggio sono già esperti camminatori d’alta quota, Wu Ming 1 non ha mai superato i 1000 metri. Non sa nulla di alpinismo, non è allenato, non ha nessun particolare interesse per la montagna. Ma allora perché è li?
È Santachiara a custodire la ragione di quel viaggio: una storia - o meglio «un rizoma di storie», come racconta lo stesso Wu Ming 1 su Giap – che si avvolge attorno a quella montagna attraverso un secolo, e che ha come nucleo l’impresa di tre prigionieri di guerra italiani: Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti. Era il 1943 quando evasero dal campo britannico di Nayuki per scalare il monte Kenya. Proprio così: il loro scopo non era fuggire, ma raggiungere Punta Lenana, ridiscendere e riconsegnarsi agli inglesi. I preparativi durarono mesi, durante i quali i tre costruirono da soli l’attrezzatura. Senza l’aiuto di cartine, con l’unico vaghissimo riferimento dell’immagine della montagna stampata su un barattolo di conserva, attraversarono la foresta e stanchi, denutriti, sfibrati dalla prigionia, cominciarono la scalata. Quell’impresa è raccontata da Benuzzi in un libro – o forse due, ed è solo uno dei «misteri» che circondano la sua storia – celebre in Inghilterra e quasi sconosciuto in Italia: No Picnic on Mount Kenya. Ed è sulle tracce di quel libro che decide di muoversi Santachiara quando chiede a Wu Ming 1 di accompagnarlo sulla cima del Kenya. Inesperto, fisicamente impreparato, a digiuno di montagna, è lui il compagno ideale: perché Santachiara immagina un libro, e vuole che a scriverlo sia qualcuno costretto a provare una sensazione almeno simile a quella dei tre prigionieri italiani. Che erano, sì, camminatori esperti, ma avevano compiuto la scalata in pessime condizioni fisiche. Quello che ne sarebbe venuto fuori – Santachiara l’aveva intuito – sarebbe stato un libro di montagna diverso da tutti gli altri libri di montagna, e un libro di Wu Ming diverso da tutti gli altri libri di Wu Ming. Perché «non ci si pensa mai, ma scrivere è un atto fisico, è un’azione del corpo. Quello che scrivi dipende dalla postura che assumi, da come il tuo corpo interagisce con lo spazio intorno. Se metti alla prova il corpo metti alla prova la scrittura. Scrivere appunti su un taccuino mentre arranchi verso la vetta di una montagna è un’azione che ti fa correre un rischio, potresti distrarti, cadere, romperti una gamba o peggio. – Racconta Wu Ming 1 a Lorenzo Filipaz. - Se, addirittura, è la primissima volta che scali una montagna, lo scrivere si accompagna a posture mai assunte, movimenti che il corpo non aveva mai compiuto. Per me è stato così: gli appunti che ho preso sul massiccio del Kenya, marciando a corto d’ossigeno, o in uno dei rifugi dove abbiamo dormito, o seduto su un lastrone di basalto, circondato da iraci che saltellavano sulle rocce, contengono concatenamenti di immagini che, riletti a mente fredda, hanno sorpreso anche me».
Point Lenana comincia sulla vetta del Kenya, poi torna indietro e si muove avanti e indietro nel tempo e nello spazio, tiene al centro la biografia di Felice Benuzzi ma attraversa 102 anni di Storia e racconta degli italiani in Africa e degli sloveni a Trieste, racconta storie di alpinismo e di irredentismo, dai fascismi di ieri e di oggi ma anche della lotta partigiana e di altre resistenze. Racconta anche dei due autori, del loro rapporto con la montagna e con la narrazione. Che lo si voglia definire un UNO (nel senso di unidentified narrative object), un libro di jazz modale o semplicemente un «racconto di tanti racconti», Point Lenana è, come scrive Lorenzo Filipan nell’introduzione alla sua intervista, «un’opera che rompe salutarmente gli schemi, saltando steccati di genere, di stile e di mercato editoriale».