VENDITA LIBRI, CD, DVD, VINILI, BLU RAY / bonus 500 euro CARTA DEL DOCENTE e 18enni / SPEDIZIONI DI LIBRI IN TUTTA ITALIA / Libreria Torriani di Luigi Torriani. La Libreria di Canzo, la Libreria del Triangolo Lariano Canzo (COMO), via Brusa 6/8 Tel. 031670264 / Cell. 3488227468 / Mail libreria.torriani@gmail.com / APERTA DA MARTEDì A SABATO DALLE 9 ALLE 12.30 E DALLE 15 ALLE 19.30 (GIORNI DI CHIUSURA DOMENICA E LUNEDI')
Libreria Torriani di Luigi Torriani (foto di Nicola Vicini)
mercoledì 15 maggio 2013
Antologie Isbn. Giovani scrittori di India e Cina
A.A.V.V. (a cura di Gioia Guerzoni), "India. Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti" (Isbn, pagg. 192)
A.A.V.V. (a cura di Frank Meinshausen), "Cina. Undici scrittori della rivoluzione pop" (Isbn, pagg. 224)
INDIA
Sei reportage, cinque racconti e tre fumetti per raccontare la vita nelle nuove città mostro indiane, dagli avveniristici centri direzionali di Delhi alle popolose baraccopoli di Mumbai. Popolati da idraulici veggenti, attricette porno, bambini scomparsi nel nulla e montagne di jeans, questi luoghi dalla storia millenaria sono ormai proiettati in un futuro ipertecnologico e iperconsumista, ben lontano dagli stucchevoli esotismi e cliché bollywoodiani. Questa antologia che Isbn dedica alla nuovaIndia raccoglie le voci di giovani artisti, scrittori e giornalisti impegnati a confrontarsi con il peso della tradizione, le derive del progresso e del capitalismo, la povertà endemica, l’imposizione o l’assenza di valori, la difficile convivenza tra religioni diverse. "India" raccoglie il meglio di una generazione che, «rientrata in patria» dopo il classico soggiorno in Occidente, ha deciso di restare e di capire, senza farsi abbagliare dal facile quanto funesto miraggio della «Shining India». Undici scrittori, nati intorno agli anni Settanta, offrono un ritratto trasversale di un subcontinente da tempo in vertiginosa mutazione. Ogni storia è accompagnata da una scheda biografica e da una breve intervista all’autore.
CINA
Undici giovani scrittori raccontano le megalopoli del boom, il sesso e la violenza della Cina contemporanea. Shanghai, Beijing, Nanjing, Chongqing. Esistenze frenetiche, estraniate e stranianti, travolte dal ritmo del denaro, invase dalla televisione, ipnotizzate dalla tecnologia, incapaci di trovare l’amore. Attraverso il filtro delle nuove dilaganti metropoli, il distacco dalla cultura tradizionale e dal comunismo si ribalta in un rabbioso e cieco conflitto generazionale. Le storie contenute in questa antologia ci raccontano in modo folgorante e sincero l’Est asiatico, rivelando lo slancio incontenibile verso la ricerca della libertà che percorre la Cina neocapitalista, insieme a tutto il suo potenziale rivoluzionario e autodistruttivo. Gli autori di Cina sono tutti nati negli anni Sessanta e Settanta. Ogni racconto è accompagnato da una scheda biografica dell'autore.
Alice Albinia. Imperi dell'Indo
Alice Albinia, "Imperi dell'Indo. La storia di un fiume" (Adelphi, immagini, pagg. 496)
"Imperi dell’Indo" è il resoconto dell’audace viaggio solitario lungo il "Fiume dei Fiumi", dalla foce alla sorgente, compiuto dall'inglese Alice Albinia a ventinove anni (il viaggio è del 2005, il libro è stato pubblicato nel 2008, ed esce ora in prima traduzione italiana): più di tremila chilometri attraverso paesi, panorami e popoli osservati con sguardo empatico, in un pellegrinaggio avventuroso fra tribù pashtun e fuoricasta metropolitani, santuari sufi e fondamentalisti islamici, fitto di incontri con memorabili personaggi il cui destino è fatalmente intrecciato a quello del grande fiume. Le sue rive "hanno attratto conquistatori assetati. Qui nacquero alcune delle prime città al mondo; la più antica letteratura sanscrita dell’India ebbe il fiume al suo centro; i santi predicatori dell’Islam peregrinarono lungo il suo corso".
Un itinerario controcorrente e insieme a ritroso nel tempo – dal presente travagliato del Pakistan ai fasti dell’impero britannico, dalle conquiste dei sultani afghani ad Alessandro Magno, dall’epoca dei Veda a quella della misteriosa civiltà di Mohenjodaro –, raccontato con una scrittura lieve in un libro che è insieme romanzo di viaggio e indagine storica, trattato di geografia umana e riflessione sul subcontinente indiano di oggi.
martedì 14 maggio 2013
Jared Diamond. Il mondo fino a ieri
Jared Diamond, "Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?" (Einaudi, rilegato, pagg. 508)
Il nuovo libro del biologo, fisiologo, antropologo e storico statunitense Jared Diamond (1937- , Università della California), l'autore dei celebri "Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni" e "Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere" (entrambi Einaudi, entrambi disponibili in libreria).
Dai viaggi in aereo ai telefoni cellulari, dall'alfabetizzazione all'obesità, la maggior parte di noi dà per scontate alcune caratteristiche della modernità, ma per la quasi interezza dei suoi sei milioni di anni di vita la società umana non ha conosciuto nulla di tutto ciò. E se il baratro che ci divide dai nostri antenati primitivi può apparirci incolmabile, osservando le società tradizionali ancora esistenti, o esistenti fino a poco tempo fa, possiamo farci un'idea di com'era il nostro antico stile di vita. Società come quella degli abitanti degli altipiani guineani ci ricordano che, in termini evoluzionistici, le cose sono cambiate soltanto di recente, e questo libro ci offre un affascinante ritratto di prima mano di ciò che per decine di migliaia di anni è stata la vita dell'umanità, soffermandosi sul significato che le differenze fra quel passato ormai quasi scomparso e il nostro presente hanno per l'uomo di oggi.
"Il mondo fino a ieri" è il libro piú personale scritto da Jared Diamond, che attinge a piene mani a decenni di lavoro sul campo nelle isole del Pacifico e da testimonianze sugli inuit, gli indios dell'Amazzonia, i san del Kalahari e molti altri popoli. Diamond non idealizza romanticamente le società tradizionali: alcune fra le loro pratiche restano per noi inaccettabili, ma è importante riconoscere dove e quando le loro esperienze hanno fruttato dei passi avanti nella società e nel comportamento umani. Egli ci indica quindi motivi di ammirazione e lezioni degne di essere imparate, a partire dall'approccio tradizionale a questioni universali come il trattamento degli anziani, l'allevamento dei figli, la risoluzione delle controversie, la valutazione del rischio e la salvaguardia del benessere fisico e della salute.
Perché Aldo Moro doveva morire?
Ferdinando Imposimato, "I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera" (Newton Compton, pagg. 322)
David Sassoli-Francesco Saverio Garofani, "Il potere fragile. I consigli dei ministri durante il sequestro Moro" (Fandango, pagg. 160)
IMPOSIMATO
" 'I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia' (...) fornisce la prova piena della intenzionalità delle 'clamorose inadempienze e delle scandalose omissioni da parte degli apparati dello Stato', i quali - ed è questa la novità sconvolgente narrata nel libro - pur essendo a conoscenza del luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro - in via Montalcini numero 8 (int. 1) - non fecero nulla per salvare la vita dell'ostaggio; anzi, il 7 maggio 1978, cioè due giorni prima dell'uccisione dell'uomo politico, impartirono ai militari che già da due settimane tenevano sotto controllo la prigione ed erano pronti ad intervenire per la data dell'8 maggio, l'ordine di abbandonare il campo, consentendo, così, il sacrificio di Aldo Moro con il suo assassinio"
SASSOLI-GAROFANI
A 35 anni dall'omicidio Moro il libro che con documenti inediti ci racconta il cuore dello Stato. Cosa si pensava cosa si diceva nella stanza dei bottoni durante il sequestro Moro?
Qual è stata la risposta dello Stato al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro?
Per completare la mole di informazioni che in questi anni sono via via emerse, all’Archivio Centrale dello Stato sono stati depositati i verbali delle otto riunioni del Consiglio dei ministri durante i 55 giorni che sconvolsero la Repubblica. È materiale declassificato, utile agli storici, rimasto per 35 anni in cartelline ingiallite che custodiscono il lavoro, le discussioni e le iniziative del massimo organo politico-amministrativo. Le riunioni riferiscono l’impreparazione, l’approssimazione e le paure di una classe politica travolta da una vicenda che ha segnato la storia del secondo Novecento.
Marlene e Leni. Seduzione, cinema e politica
Gian Enrico Rusconi, "Marlene e Leni. Seduzione, cinema e politica" (Feltrinelli, pagg. 208)
Marlene Dietrich (1901-1992) e Leni Riefenstahl (1902-2003) sono state due icone del cinema del loro tempo, dalla Germania di Weimar all’America di Hollywood. Interpretando a modo loro “la donna nuova” hanno incarnato due differenti tipi di erotismo e di seduzione, mettendoli in scena sullo schermo – come attrice e cantante Marlene, come regista Leni.
I loro destini speculari, incrociati e opposti, attraversano un periodo cruciale della storia e della società occidentale negli anni Venti e Trenta – ma ancora oltre. Marlene, dopo il successo de L’angelo azzurro, assurto nel frattempo a uno dei simboli della “cultura di Weimar”, si trasferisce presto in America diventando una diva internazionale. Leni invece in Germania mette la sua straordinaria creatività registica al servizio del nazionalsocialismo (Il trionfo della volontà, Olympia) e alla seduzione di massa esercitata dal suo Führer. È il momento di maggiore divaricazione tra le due artiste. Con lo scoppio della guerra la Dietrich, antinazista dichiarata, usa la sua arte a favore della truppa combattente, ritornando nella sua Berlino in divisa americana. La Riefenstahl, invece, in nome della “apoliticità” dell’arte continua a inseguire i suoi modelli di estetica cinematografica, ancora molti anni dopo la catastrofe tedesca.
Appunti per un'apologia di Roberto Saviano
Mio articolo: "Appunti per un'apologia di Roberto Saviano":
http://eidoteca.net/2013/05/13/appunti-per-unapologia-di-roberto-saviano/
http://eidoteca.net/2013/05/13/appunti-per-unapologia-di-roberto-saviano/
sabato 11 maggio 2013
Giallo Dominioni
I primi due titoli di "GIALLO DOMINIONI", la nuova collana lanciata dal grande Alessandro Dominioni, editore-libraio comasco:
- Giorgio Frigerio, "Delitto a passo Pinei" (pagg. 160)
- Marco Gatti, "Quella notte sul lago di Como" (pagg. 160)
GIORGIO FRIGERIO
Delitto a Passo Pinei.
“Splendido pomeriggio, vero?”. L’ispettore si presentò alla ragazza, che sembrava immersa in chissà quali pensieri, obbligandola a girarsi di scatto.
Un paio di occhi azzurri lo fissarono per una frazione di secondo. Gli stessi splendidi occhi che un attimo dopo si accesero magicamente:
“Ah! Ispettore! Non ci hanno ancora presentato, ma la sua presenza in albergo non è certo passata inosservata!”
“Piacere! Luisa Confalonieri”
Non era assolutamente truccata, e le sue labbra, disegnate in un volto pressochè perfetto, erano di un colore rosso così vivo, che l’ispettore non potè che indugiarvi, per un attimo, con lo sguardo.
Pur non indossando nulla di appariscente, trasmetteva, in quel suo atteggiarsi quasi da adolescente, un certo che di misterioso ed accattivante, del tipo a cui gli uomini difficilmente restano indifferenti.
MARCO GATTI
Quella notte sul lago di Como
Matteo Rovi è un giornalista squattrinato, con una passione per la bottiglia ed una storia da dimenticare dietro le spalle.
Il vizio di alzare il gomito lo rende protagonista, tre anni prima, di un rocambolesco incidente lungo la Statale Regina. Sull’asfalto restano quattro morti.
La salvezza di Matteo, uscito indenne dall’incidente, è anche la sua rovina psicologica e professionale.
Un pomeriggio di giugno una telefonata scuote la piatta esistenza del giornalista. In pochi giorni la sua vita cambia ritmo. Nuovi protagonisti entrano a sconvolgerne la routine, e con loro riaffiorano le ombre di un passato dimenticato, con cui dovrà fare i conti.
venerdì 10 maggio 2013
Dvd le novità in libreria
Dvd, le novità in libreria:
- Steven Spielberg, "Lincoln" (visto al cinema, gran film)
- David Attenborough, "Il meraviglioso mondo dei rettili e degli anfibi" (documentario, 3 dvd in cofanetto, durata 289')
- David Attenborough, "Serpenti come non li avete mai visti" (documentario, durata 98')
- "Pellegrinaggio a Medjugorje" (documentario, durata 60')
- "Mark Zuckerberg. La vera storia" (documentario, durata 60')
Cd le novità in libreria
Cd, le novità in libreria:
- Joe Satriani, "Unstoppable momentum"
- Elio e le Storie Tese, "L'album biango"
- Enrico Ruggeri, "Frankenstein" (cofanetto cd + libro)
- Deep Purple, "Now What?!"
- "Radio Italia Story. La nostra storia" (3 cd)
http://www.youtube.com/watch?v=6yvIkbStKSw
http://www.youtube.com/watch?v=dCOho3CRp6A
http://www.rockol.it/recensione-5269/Enrico-Ruggeri-FRANKENSTEIN
http://www.youtube.com/watch?v=VxPhHRDJ4TM
giovedì 9 maggio 2013
Edgardo Franzosini. Sotto il nome del cardinale
Edgardo Franzosini, "Sotto il nome del cardinale" (Adelphi, pagg. 172)
Ripamonti, chi era costui? Un nome che alle orecchie dei più non dice granché; o forse risveglia una vaga eco, persa nella nebbia dei ricordi scolastici: una delle fonti dei Promessi sposi (in verità la prima e la più importante): Giuseppe Ripamonti (1573-1643), presbitero e storico, dottore della Biblioteca Ambrosiana, autore della
"Historia Ecclesiae mediolanensis" e del "De peste mediolani quae fuit anno 1630".
Edgardo Franzosini ricostruisce in questo libro la storia di Giuseppe Ripamonti, e indaga sui reali motivi per i quali, dopo essere stato un protégé di Federico Borromeo – che lo nominò Dottore dell’Ambrosiana e lo accolse nel palazzo arcivescovile –, il Ripamonti subì, proprio da parte del Cardinale, una «fiera persecuzione», costata quattro anni di carcere duro.
Scavando negli archivi, spulciando fra i testi, rileggendo ogni sorta di documenti, Franzosini ci svela a poco a poco una verità diversa da quella delle carte processuali, che parlano di magia e stregoneria, libri proibiti e insubordinazione (e accennano persino al «peccato nefando» di sodomia): che all’origine di tutto ci sia (come scrive dal carcere lo stesso Ripamonti) un «fatto mirabile, incredibile», o piuttosto «orribil e atroce», il fatto cioè che esistano signori i quali «aspirano a guadagnarsi fama immortale con lavori faticati da mani che non sono le loro, ed ai quali appongono il proprio nome». Anche se si tratta di un nome santo come quello dello stesso Federico Borromeo.
Di seguito una recensione al libro uscita su La Repubblica di oggi (da La Repubblica - ROBERTO CICALA- 09-05-2013):
" RIPAMONTI, IL GHOSTWRITER DEL CARDINALE FEDERIGO - L’INQUISIZIONE LO CONDANNÒ E IMPRIGIONÒ
Il rapporto tra Borromeo e il suo scrivano è ricostruito in un libro di Edgardo Franzosini
«FARE di Milano la seconda Roma» è l’aspirazione del cardinal Federigo con la Biblioteca Ambrosiana che Manzoni dice ideata «con sì animosa lautezza». Sono trascorsi 400 anni da quando il Borromeo, intorno alla prima biblioteca pubblica al mondo, crea quadreria, scuola d’arte e, nel 1613, collana editoriale e stamperia, trampolino per un suo salto nella fama di scrittore. Lo testimoniano lettere tra il cugino di san Carlo e i “Dottori” dell’istituzione: «consegne», «ritardi» e «approvazioni» dipendono sempre da un tale Ripamonti. Chi era costui? I lettori dei Promessi sposi ricordano dai tempi di scuola che una sua Historia è tra le fonti del romanzo, per esempio per la monaca di Monza. Ma lo storico è anche protagonista di una «fiera persecuzione» costata quattro anni di carcere: lo sanno i frequentatori d’archivi come Edgardo Franzosini cui si deve l’avvincente ricostruzione, alla Sciascia, della parabola di un’intellettuale che soccombe Sotto il nome del Cardinale. Così s’intitola il libro (Adelphi, pp. 172, euro 12) dedicato al «familiare» del Borromeo finito in disgrazia. Perché? Lo stesso Federigo, sorpreso del giovane brianzolo che sa latino ed ebraico («sembra allevato più tosto in Athena e Gerusalemme che in Lombardia»), lo accoglie nel seminario appena sorto alla Porta Orientale. Il chierico passa al Collegio dei gesuiti di Brera ed è scrivano di monsignori prima di essere ordinato prete. Ed è subito tra i nove “Dottori” dell’Ambrosiana, inaugurata mentre il cardinale decide di diventare scrittore accogliendo Ripamonti nel suo palazzo, «commensale al suo desco, compagno di lettiga» durante le visite pastorali. I curiali non lo amano rimproverandogli di non aver taciuto risvolti ecclesiali poco limpidi nella sua Storia patria. Dall’idillio al vade retro nel 1618: arrestato a Gropello, il tribunale dell’Inquisizione in S. Maria delle Grazie lo condanna per «non aver creduto la canonizzazione di san Carlo, aver letto libri proibiti e aver persino prevaricato di sodomia». Come può il cardinale permettere tanto per il fido collaboratore? Manzoni conosce la risposta avendo letto due sue probabili lettere consultate presso il collezionista Carlo Morbio. Sono sorprendenti: in esse parla di «signori che aspirano a guadagnarsi fama immortale con lavori faticati da mani non loro, ai quali appongono il proprio nome». Del cardinale, a dispetto del motto «humi-litas », dice che «invaghitosi della fama di scrittore latino, et avendo in ciò adoperata l’opera mia… vuole ch’io sia morto prima di lui; et debbo morire se Dio non fa qualche miracolo». Un mezzo miracolo avviene: il Borromeo gli invia nella cella «tenebrosa» i primi libri con «tanto di penna, carta ed inchiostro» e un po’ di luce che basta per «il rifacimento degli scritti altrui», quell’attività di ghostwriter, scrittore fantasma per conto terzi, sua fortuna e rovina. Torna agli «esecrandi lavori di traduzione e rifusione», ospite forzato nel palazzo dell’arcivescovo, «carico di doloroso, indicibile rancore» annota Franzosini. Alla Porta Orientale, dove ha iniziato il suo cammino, compaiono nel ’29 i primi segni della peste, spunto per un libro suo e uno del cardinale scrittore che muore l’anno dopo. Ripamonti gli sopravvive e cerca di riprendersi la salute nella nativa Brianza, a Rovagnate. Dovrà aspettare la morte per una fama riparatrice nei Promessi sposi. Qui Manzoni fa capire di conoscere quanto il cardinal Federigo fosse «ammirabile in complesso» ma senza che in lui «ogni cosa lo fosse ugualmente». "
Raimondo Luraghi. La guerra civile americana
Raimondo Luraghi, "La guerra civile americana. Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto industriale" (Rizzoli, pagg. 256)
Lo storico militare e americanista Raimondo Luraghi (1921-2012) è autore della monumentale "Storia della guerra civile americana" (prima edizione Einaudi 1966, oggi Rizzoli, pagg. 1420, disponibile in libreria), un classico della storiografia e il testo più importante e più esaustivo in lingua italiana (ma è tradotto e noto anche negli Stati Uniti) sulla guerra di secessione o guerra civile americana (1861-1865).
E' uscito ora postumo per Rizzoli questo nuovo volume di Luraghi sulla guerra civile americana, ultimato dall'autore l'anno scorso pochi mesi prima di morire. Un libro che completa la "Storia della guerra civile americana" del 1966 e che è stato definito dall'autore stesso "il punto d'arrivo" dei suoi studi sull'argomento e il suo "testamento scientifico".
L’Unione contro la Confederazione, le Giacche Blu contro le Giacche Grigie, Nord contro Sud: la Guerra civile americana è l’archetipo dello scontro tra due opposte visioni della civiltà, e a un secolo e mezzo di distanza essa continua ad attirare l’attenzione di studiosi e lettori per il suo ruolo cruciale nel determinare la nascita degli Stati Uniti moderni. Ricostruendo con rigore e precisione lo sfondo sociale ed economico da cui ebbe origine la Guerra di secessione, Raimondo Luraghi – il massimo esperto italiano di questo periodo storico – ci porta nel cuore di questa drammatica contesa: racconta celebri battaglie come quelle di Vicksburg e Gettysburg, descrive passo dopo passo le mosse di grandi protagonisti come Abraham Lincoln e Jefferson Davis, e ci mostra come la Guerra civile sia un conflitto estremamente moderno, il primo della civiltà industriale, e ancora fondamentale per comprendere i rapporti di forza nella nostra attuale società.
mercoledì 8 maggio 2013
Pubblici infortuni. Alessandro Piperno
Alessandro Piperno, "Pubblici infortuni" (Mondadori, pagg. 152)
Dei tanti modi in cui un essere umano può decidere di passare il suo tempo libero, leggere è uno dei più strani. A prima vista rifugiarsi tra le pagine di un libro è un tentativo di eludere la realtà. In verità, suggerisce Piperno, è esattamente il contrario: letteratura e vita si nutrono l'una dell'altra, e vicendevolmente si amplificano. I personaggi dei libri che amiamo vengono a farci visita nei momenti più delicati e inattesi, proprio come Humphrey Bogart sta affettuosamente al fianco del Woody Allen di "Provaci ancora, Sam" per dispensargli consigli di seduzione e fascino.
Quando ci troviamo di fronte ai loro stessi bivi, agli stessi amori impossibili, amicizie perdute, offese subite, felicità promesse, è facile sentire che i protagonisti dei nostri romanzi del cuore sono gli amici che meglio potrebbero comprenderci. È la magia della lettura, il rapporto esclusivo che si crea con chi quelle pagine le abita ma anche con chi le ha scritte.
Con buona pace di molti critici accademici, il modo migliore di leggere un libro è sempre immedesimarsi e lasciarsi rapire, fino al riso, fino alle lacrime.
I libri hanno bisogno di noi. George Steiner
George Steiner, "I libri hanno bisogno di noi" (Garzanti, rilegato, pagg. 96)
"L'incontro con il libro - al pari di quello con l'uomo o la donna destinati a cambiare la nostra vita, spesso in un momento di riconoscimento di cui non si è consapevoli - può essere del tutto casuale. Il testo che ci persuaderà di un'idea, ci farà aderire a un'ideologia e darà alla nostra esistenza un fine e una cifra interpretativa, poteva essere lì ad attenderci sullo scaffale delle occasioni, dei libri usati o di quelli in offerta. Magari, impolverato e dimenticato, è appoggiato su un ripiano proprio accanto al volume di cui siamo alla ricerca. L'inconsueta sonorità della parola stampata sulla copertina deteriorata può catturare la nostra attenzione: Zarathustra, Il divano occidentale orientale, Moby Dick, Horcynus Orca. Finché un teso sopravvive, da qualche parte sulla terra, anche in un silenzio ininterrotto, è sempre capace di risuscitare. Walter Benjamin lo insegnava, Borges ne ha fatto la mitologia: un libro autentico non è mai impaziente. Può attendere secoli per risvegliare un'eco vivificante" (George Steiner)
martedì 7 maggio 2013
Mario Fortunato. L'Italia degli altri
Mario Fortunato, "L'Italia degli altri" (Neri Pozza, pagg. 160)
"In "Etichette", apparso per la prima volta nel 1930, Evelyn Waugh delinea, tra il serio e il faceto, una sorta di casistica del viaggiatore nordeuropeo che, nel corso dei secoli, si è avventurato dalle nostre parti. Si comincia col superstite del Grand Tour: un giovanotto bennato e facoltoso, come Goethe, Alexis de Tocqueville e Stendhal, che sfida sempre qualcuno a duello, ha parecchie avventure erotiche e alla fine torna a casa, pronto per incarichi legislativi. Si passa poi al viaggiatore borghese, che dà avvio all'orrendo traffico di chincaglierie e oggetti dozzinali da portare a casa come souvenir e trova più economico e conveniente vivere all'estero. E si finisce col viaggiatore novecentesco, che parla con la povera gente nelle osterie lungo la via e vede nella diversità dei tipi la struttura e l'unità dell'Impero romano. Viaggiatori diversi, ma tutti con la medesima convinzione di trovarsi in un Paese dalla smodata quantità di bellezza, cosi eccessiva e straripante da sperperarsi e perdersi. La parola "bellezza" è il leitmotiv di tutti i Grand Tour che, dalla fine del Settecento, hanno esplorato, interpretato, e in definitiva creato, l'identità italiana, quell'altro da sé che lo straniero decide a un certo punto di far proprio. "La bellezza circostante" ha scritto una volta Brodskij, "è tale che quasi subito si è presi da una voglia assolutamente incoerente, animalesca, di tenerle testa, di mettersi alla pari".
Mario Fortunato indaga la natura mimetica di questo desiderio che, da Wilhelm von Gloden fino a Norman Douglas e a Wystan Hugh Auden, ha spinto illustri scrittori sulle nostre coste, convinti di essere approdati nella terra della più sorprendente libertà sessuale ("tutti lo fanno per divertimento", scrisse Auden a un'amica da Ischia). Lo stesso desiderio mimetico che ha permesso a Frederic Whyte, disegnatore di giardini inglese, di creare in Sabina un perfetto giardino all'italiana, e che, sempre in quel lembo di terra, ha allietato gli ultimi anni del grande editore Giulio Einaudi, il quale con dedizione assoluta curava, potando, innestando e concimando, le rose del suo piccolo giardino all'inglese.
Antony Beevor. La seconda guerra mondiale
Antony Beevor, "La seconda guerra mondiale. I sei anni che hanno cambiato la storia" (Rizzoli, I sestanti collana diretta da Paolo Mieli, rilegato, immagini, pagg. 1094)
Nuova, monumentale, storia della seconda guerra mondiale.
"La seconda guerra mondiale come l'avrebbe raccontata Tolstoj" (The Washington Post)
Giugno 1944: sulla costa della Normandia gli Alleati catturano il coreano Yang Kyoungjong. Yang è stato arruolato a forza dall'esercito imperiale nipponico, dall'Armata Rossa, dalla Wehrmacht, ed emigrerà poi negli Stati Uniti. È solo uno dei protagonisti del ricco mosaico composto da Antony Beevor in un'opera che, attingendo alle ultime scoperte d'archivio, affronta la seconda guerra mondiale da una prospettiva nuova. Beevor spazia da fronti noti ad altri meno conosciuti, dal Sahara alla giungla birmana, dalle atrocità dei gruppi d'assalto delle SS e dei gulag sovietici fino alla barbarie dello scontro sino-giapponese. E sul telaio di un racconto globale del conflitto, tesse i fili di mille micro-storie personali, restituendo alla guerra più crudele e distruttiva che il mondo ricordi una dimensione e una verità profondamente umane.
Antony Beevor (1946- ), ex ufficiale dell’esercito britannico, storico specializzato in storia militare. Di lui in Italia sono già usciti, sempre per Rizzoli: "Stalingrado" (1998), "Berlino 1945" (2002), "Creta. 1941-1945: la battaglia e la resistenza" (2003), "La guerra civile spagnola" (2006), "D-Day. La battaglia che salvò l'Europa" (2010).
sabato 4 maggio 2013
Dan Brown Inferno prenotazione con sconto
Se volete pagare 5 euro in meno (20 euro anziché 25) il nuovo libro di Dan Brown, "Inferno", in uscita in contemporanea mondiale il 14 maggio, mandatemi un messaggio qui su facebook, o una mail, oppure telefonatemi, o comunicatemelo in qualunque altro modo, entro il 13 maggio.
venerdì 3 maggio 2013
Frederick Rolfe. Adriano VII
Pubblicato per la prima volta nel 1904, da allora oggetto di un vero e proprio culto, riproposto ora da Beat-Neri Pozza nel centenario della morte dell'autore (Beat, pagg. 384), "Adriano VII" è un romanzo che, come tutte le grandi opere, si presta a infinite interpretazioni: può essere visto come una profetica anticipazione dei totalitarismi del Ventesimo secolo, come il libro di un impudente profanatore (secondo Giorgio Manganelli la Chiesa era, per Rolfe, il luogo da profanare, dato che solo Iddio poteva dargli l’indirizzo del Diavolo), come l’estremo, meraviglioso frutto di un’esistenza eccentrica.
In un freddo giorno di marzo dei primi anni del Novecento, George Arthur Rose, vestito col suo prediletto abito di tela blu simile a una tuta da meccanico, si aggira come un recluso tra le pareti della sua casa londinese. Consumato da anni di speranze non soddisfatte, smarrito dinanzi alla rovina del mondo («Le antiche monarchie legittime sono dovunque in declino, e Demos è pronta ad inghiottirle nelle sue fauci vili», ama dire al suo gatto, declamando D’Annunzio), vive nella povertà più assoluta, non confortata da alcuna sacerdotale parvenza di santità. George Arthur Rose è un prete mancato. Per oscure ragioni – invereconde calunnie, atroci oltraggi, secondo lui, di giovinetti immaturi – è stato brutalmente espulso dal Saint Andrews, il Pontificio Collegio Scozzese di Roma.
Bandito dalla Chiesa cattolica, come una spina, una peste, un’ulcera corrosiva e purulenta, Rose ha reagito abbracciando di proposito la sua nefasta fama: si è messo a posare a genio altero, sottile, dotto, inaccessibile. Lui, un uomo che la divina Vocazione spingerebbe a essere attivo e possente, ridotto a languire in bizzarre e stupide pose!
George Arthur Rose non sa, tuttavia, che questo freddo giorno di marzo è, in realtà, il giorno del suo trionfo. Al suo misero cospetto appariranno tra un po’ due uomini di Chiesa gravi e importanti, un vescovo robusto coi capelli scuri, e un cardinale coi capelli bianchi e l’aspetto pittoresco. Verranno a omaggiarlo come esperto conoscitore degli annali dei conclavi, gli diranno che il conclave in corso per eleggere il nuovo successore di Pietro è stato misteriosamente rinviato e gli chiederanno di accettare gli ordini sacri, senz’altro indugio che quello voluto dalle leggi canoniche.
Di lì a poco le imperscrutabili vie della Provvidenza schiuderanno l’impensabile: dopo un’ulteriore seduta del conclave in cui l’intransigenza e l’equivalenza delle fazioni vieteranno una nomina regolare, il collegio dei «Compromissari» eleggerà sul soglio di Pietro proprio lui, George Arthur Rose, l’antico reietto, che prenderà il nome di Adriano VII e, più inflessibile di Bonifacio VIII, salverà l’Europa dal caos e dall’anarchia e ridisegnerà i confini del mondo.
Frederick Rolfe nacque a Londra nel 1860. Convertitosi al cattolicesimo da giovane, dopo gli studi di teologia all’Oscott College e al Collegio Scozzese di Roma, da dove fu espulso «per oscure e sinistre ragioni», come scrisse Emilio Cecchi, cominciò la sua esistenza avventurosa, fatta di mille mestieri – fu fotografo, decoratore, insegnante, segretario del capo dei socialisti inglesi, pittore – e di intrighi, scandali e miserabili cadute. Nel 1913, a Venezia, dove, a giorni alterni, viveva nello sfarzo o nella povertà più assoluta (tutti coloro che l’incontravano, ha scritto Pietro Citati, avevano «l’impressione di conoscere un monaco medioevale, avvolto nel suo grande saio, e dedito a studi strani e solitari»), fu trovato morto nel suo letto. Scrisse racconti e romanzi, tra cui "Nicholas Crabbe" e "The Desire and Pursuit of the Whole", pubblicati con lo pseudonimo di Frederick Baron Corvo. "Adriano VII" è la sua opera maggiore, il romanzo in cui traspare da ogni pagina la sua inimitabile esistenza.
Jacek Dehnel. Il quadro nero
Jacek Dehnel, "Il quadro nero" (Salani, pagg. 252)
Francisco Goya (1746-1828), una leggenda vivente, una personalità esplosiva, pittore acclamato presso le corti reali di tutta Europa, ma agli occhi del suo unico figlio Javier un mostro gaudente, un egoista che vive solo per l’arte, incapace di dare amore a chi lo circonda. Tre diverse voci, intrecciate tra loro, narrano in questo romanzo gli ultimi anni di vita del grande pittore spagnolo, fuggito in esilio a Bordeaux con la sua ultima amante, Leocadia e la figlia di lei, Rosario. Ascoltiamo così Francisco, Javier e Mariano – padre, figlio e nipote – uniti e separati dall’arte e da sentimenti confusi d’affetto, di rabbia, di rivalità.
Francisco a Bordeaux dipinge e soffre per l’assenza di Javier, che da Madrid lancia le sue accuse contro un padre colpevole di aver sempre represso le sue passioni, di averlo costretto a un matrimonio non voluto, di aver forse, addirittura, insidiato sua moglie, fino a farlo dubitare della paternità di Mariano, che dal canto suo idolatra il nonno. Nemmeno la morte di Francisco riesce a spezzare questo claustrofobico e inquietante microcosmo. E su tutto aleggiano, terribili e bellissime, le “Pitture nere” della Quinta del Sordo, tra le quali spicca quel Saturno che divora i suoi figli che molto può spiegare di un rapporto impossibile.
Jacek Dehnel (Danzica, 1980). Romanziere, poeta, artista figurativo e dandy, enfant prodige del panorama letterario polacco contemporaneo, ha pubblicato il suo primo libro di racconti nel 1999 e due volumi di poesie nel 2004 e 2005, per i quali ha ricevuto il plauso del Premio Nobel per la Letteratura Czesław Miłosz (1911-2004). Nel 2005 ha vinto il Koscielski, il più prestigioso premio polacco per giovani scrittori. Di lui Salani ha già pubblicato "Lala. Sotto il segno dell'acero" (2009) che ha ricevuto il premio Passport, il più ambito riconoscimento letterario attribuito nel suo Paese.
Mo Yan. Le rane
Mo Yan, "Le rane" (Einaudi, rilegato, pagg. 390)
Con "Le rane", il nuovo romanzo del Premio Nobel per la Letteratura 2012 Mo Yan (1955- ), per la prima volta nella storia della letteratura cinese viene affrontata la questione dolente della politica demografica portata avanti dal regime.
Wan Xin ha fatto nascere migliaia di bambini: tutte le donne che hanno partorito negli ultimi cinquant’anni nella regione di Gaomi, l’hanno fatto con lei.
Venerata come abile custode dei misteri della vita, Wan Xin diventa membro del Partito comunista cinese nel 1955. Dieci anni dopo, il Partito le chiede di mettere il suo talento al servizio del Governo, e lei - per coerenza, per fedeltà, per debolezza forse - accetta: con il programma di controllo delle nascite, Wan Xin si trasforma, da colei che conduce alla vita, in colei che la vita la interrompe.
Da eroica dea della fertilità a boia inesorabile di migliaia di bambini non nati, si dedica a questa nuova mansione con lo stesso zelo che metteva nell’accogliere i primi vagiti dei neonati di Gaomi, e non smette neppure quando il «programma» diventa violenza disumana e indiscriminata.
Sarà il gracidare delle rane, in una notte spaventosa e rivelatoria di molti anni dopo, a farla vacillare: quando la stretta del regime si allenta Wan Xin vede crollare gli ideali con cui, per decenni, aveva messo a tacere la propria coscienza. Ed è costretta a fare i conti con le proprie colpe.
A raccontarci la storia di Wan Xin è suo nipote Wan Zu – meglio conosciuto come Girino. Affacciatosi al mondo con un piede, anziché con la testa, Wan Zu è vivo solo grazie al talento della zia. E quel legame che si annoda nel momento della sua nascita sembra destinato a segnare la sua vita intera...
Lo spunto è autobiografico: come Girino, Mo Yan ha avuto una zia che ha lavorato da ginecologa e ostetrica. «Tutti i miei romanzi, se mi guardo alle spalle, sono stati ispirati da determinate figure, da persone realmente esistite, - ha detto Mo Yan in un’intervista. - Persone di per sé particolarmente ricche, dal carattere estremamente complesso, che hanno vissuto esperienze affascinanti [...].Una persona come la mia vera zia, in grado di far passare per le sue mani diecimila bambini, dandogli il benvenuto al mondo, una persona come lei di per sé è già un libro ricchissimo. Scrivere di un chirurgo come lei significa naturalmente ripercorrere la storia delle nascite a partire dagli anni Sessanta, in particolare toccare le alterne vicende legate al controllo delle nascite. Tutto questo mia zia lo ha vissuto in prima persona. Contemporaneamente ha compiuto anche molti interventi di aborto. Ho semplicemente percepito che questa persona, una volta raggiunta la vecchiaia, deve aver provato senza dubbio molti dolori e molte contraddizioni».
Javier Cercas. Le leggi della frontiera
Javier Cercas, "Le leggi della frontiera" (Guanda, pagg. 400)
Alla fine degli anni Settanta, in una Spagna che stenta a lasciarsi alle spalle il franchismo e a intraprendere la Transizione democratica, Gerona è una città in cui cominciano a muoversi le bande giovanili. Una frontiera la attraversa, sociale ed etica: al di là del fiume Ter ci sono gli immigrati che vivono nelle baracche, la feccia della feccia. Ignacio Cañas è un ragazzo della classe media, vive al di qua di quel confine, ma il suo lavoro in una sala giochi, insieme all’insofferenza adolescenziale per il conformismo paterno, crea l’occasione per l’incontro che gli cambierà la vita: quello con Zarco, un giovane delinquente dal grande carisma; e con la misteriosa Tere, che da subito lo trascina in una passione struggente e segreta. Questo amore tormentato – su cui aleggia l’ombra del rapporto mai chiarito tra la ragazza e il capobanda – sarà di qui in avanti il filo conduttore delle scelte di Cañas. Tra furti d’auto, scippi, rapine, scorribande in discoteca e droghe varie, per lui e per la banda di Zarco inizia l’estate selvaggia del 1978, destinata a concludersi tragicamente, con morti e arresti. E un sospetto: qualcuno ha tradito.
Più di vent’anni dopo Ignacio Cañas, diventato nel frattempo un avvocato importante, riceve la visita inattesa di Tere, la donna che non ha mai dimenticato. È Zarco a mandarla; il detenuto più famoso del paese, ormai circondato da un’aura di eroismo, ha bisogno di lui. L’avvocato accetta di riallacciare i fili che lo legano al passato, sperando di riuscire a ripagare un antico debito, e di poter vivere finalmente il suo amore per Tere alla luce del sole.
Wu Ming1-Roberto Santachiara. Point Lenana
Wu Ming 1 - Roberto Santachiara, "Point Lenana" (Einaudi, pagg. 604)
È il gennaio del 2010 quando Wu Ming 1 parte per il Kenya. La destinazione precisa è il Mount Kenya National Park. L’obiettivo del viaggio, salire in cima al monte Kenya. Con lui c’è il suo agente Roberto Santachiara, Cecilia – moglie di Roberto -, la guida Mike Rukwaro Mwai e i suoi sei assistenti, tutti gikuyu. Delle tre cime del monte Kenya, quella prescelta è la più «semplice»: Punta Lenana, con i suoi 4985 metri sopra il livello del mare, è l’unica che si raggiunge camminando.
Se i suoi compagni di viaggio sono già esperti camminatori d’alta quota, Wu Ming 1 non ha mai superato i 1000 metri. Non sa nulla di alpinismo, non è allenato, non ha nessun particolare interesse per la montagna. Ma allora perché è li?
È Santachiara a custodire la ragione di quel viaggio: una storia - o meglio «un rizoma di storie», come racconta lo stesso Wu Ming 1 su Giap – che si avvolge attorno a quella montagna attraverso un secolo, e che ha come nucleo l’impresa di tre prigionieri di guerra italiani: Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti. Era il 1943 quando evasero dal campo britannico di Nayuki per scalare il monte Kenya. Proprio così: il loro scopo non era fuggire, ma raggiungere Punta Lenana, ridiscendere e riconsegnarsi agli inglesi. I preparativi durarono mesi, durante i quali i tre costruirono da soli l’attrezzatura. Senza l’aiuto di cartine, con l’unico vaghissimo riferimento dell’immagine della montagna stampata su un barattolo di conserva, attraversarono la foresta e stanchi, denutriti, sfibrati dalla prigionia, cominciarono la scalata. Quell’impresa è raccontata da Benuzzi in un libro – o forse due, ed è solo uno dei «misteri» che circondano la sua storia – celebre in Inghilterra e quasi sconosciuto in Italia: No Picnic on Mount Kenya. Ed è sulle tracce di quel libro che decide di muoversi Santachiara quando chiede a Wu Ming 1 di accompagnarlo sulla cima del Kenya. Inesperto, fisicamente impreparato, a digiuno di montagna, è lui il compagno ideale: perché Santachiara immagina un libro, e vuole che a scriverlo sia qualcuno costretto a provare una sensazione almeno simile a quella dei tre prigionieri italiani. Che erano, sì, camminatori esperti, ma avevano compiuto la scalata in pessime condizioni fisiche. Quello che ne sarebbe venuto fuori – Santachiara l’aveva intuito – sarebbe stato un libro di montagna diverso da tutti gli altri libri di montagna, e un libro di Wu Ming diverso da tutti gli altri libri di Wu Ming. Perché «non ci si pensa mai, ma scrivere è un atto fisico, è un’azione del corpo. Quello che scrivi dipende dalla postura che assumi, da come il tuo corpo interagisce con lo spazio intorno. Se metti alla prova il corpo metti alla prova la scrittura. Scrivere appunti su un taccuino mentre arranchi verso la vetta di una montagna è un’azione che ti fa correre un rischio, potresti distrarti, cadere, romperti una gamba o peggio. – Racconta Wu Ming 1 a Lorenzo Filipaz. - Se, addirittura, è la primissima volta che scali una montagna, lo scrivere si accompagna a posture mai assunte, movimenti che il corpo non aveva mai compiuto. Per me è stato così: gli appunti che ho preso sul massiccio del Kenya, marciando a corto d’ossigeno, o in uno dei rifugi dove abbiamo dormito, o seduto su un lastrone di basalto, circondato da iraci che saltellavano sulle rocce, contengono concatenamenti di immagini che, riletti a mente fredda, hanno sorpreso anche me».
Point Lenana comincia sulla vetta del Kenya, poi torna indietro e si muove avanti e indietro nel tempo e nello spazio, tiene al centro la biografia di Felice Benuzzi ma attraversa 102 anni di Storia e racconta degli italiani in Africa e degli sloveni a Trieste, racconta storie di alpinismo e di irredentismo, dai fascismi di ieri e di oggi ma anche della lotta partigiana e di altre resistenze. Racconta anche dei due autori, del loro rapporto con la montagna e con la narrazione. Che lo si voglia definire un UNO (nel senso di unidentified narrative object), un libro di jazz modale o semplicemente un «racconto di tanti racconti», Point Lenana è, come scrive Lorenzo Filipan nell’introduzione alla sua intervista, «un’opera che rompe salutarmente gli schemi, saltando steccati di genere, di stile e di mercato editoriale».
Aldo Grasso. Storie e culture della televisione italiana
A.A.V.V. (Aldo Grasso, a cura di), "Storie e culture della televisione italiana" (Mondadori, pagg. 470)
Cosa è successo quando è apparsa la televisione in Italia? L'hanno capita prima i cattolici o i comunisti? Ha ancora senso l'idea di servizio pubblico? Che rapporti ha intrecciato con il cinema e la letteratura? Come è diventata il medium egemone inglobando altre forme espressive? Le nuove tecnologie ne sanciranno la fine o ne trasformeranno la natura e le sorti? Aldo Grasso, il nostro maggior esperto in materia, ha radunato i più importanti studiosi di media, italiani e stranieri, per disegnare uno scenario inedito sul più diffuso e popolare strumento di comunicazione. L'intento è quello di inaugurare un nuovo metodo di osservazione nei confronti di un universo finora ingabbiato in letture ideologiche o settoriali. La storia della televisione italiana viene invece qui affrontata nei modi saettanti e curiosi della Kulturkritik, con una coralità di voci che si rispondono, intessendosi l'una all'altra, incaricandosi di riflettere con competenza e autorevolezza sui molteplici aspetti della questione
giovedì 2 maggio 2013
Dan Brown Inferno prenotazione con sconto
Se volete pagare 5 euro in meno (20 euro anziché 25) il nuovo libro di Dan Brown, "Inferno", in uscita in contemporanea mondiale il 14 maggio, mandatemi una mail, oppure telefonatemi, o comunicatemelo in qualunque altro modo, entro il 13 maggio.
Nadia Fusini. Hannah e le altre
Nadia Fusini, "Hannah e le altre" (Einaudi, rilegato, pagg. 166)
Simone Weil, Rachel Bespaloff e Hannah Arendt sono scese come palombare nelle acque agitate della violenza e con il loro sguardo - l' "altro sguardo" - hanno illuminato le tenebre del Novecento.
Di violenza, del potere, della guerra, della banalità del male, dell'aspetto disumano della forza hanno discusso, scritto, parlato in pubblico.
E ne hanno ragionato in maniera diversa dagli uomini. Simone Weil, Rachel Bespaloff, Hannah Arendt sono tre donne libere e forti che pensano da sole, ma sempre in un aperto colloquio con l'altro, anzi mettendosi al posto dell'altro.
Sorelle e amiche, si sfiorano senza incontrarsi davvero, se non nel pensiero. Ciascuna, a proprio modo, ha "salvato" il mondo.
È questo un libro sulla differenza femminile. Simone, Rachel, Hannah sono tre donne, diversamente grandi, che con il loro sguardo hanno illuminato le tenebre del Novecento e hanno saputo leggere il mondo.
Tutte e tre hanno vissuto gli stessi anni di guerre, totalitarismi e barbarie. Hanno affrontato le tempeste e i momenti piú bui senza mai sottrarsi alla riflessione, all'impegno e alla ribellione. Simone e Rachel si sono sfiorate, Rachel e Hannah appena incontrate, eppure un forte quanto esile filo rosso ha intessuto la trama dei loro destini. Tutte e tre si sono confrontate con i grandi temi della violenza e del potere, ognuna secondo la propria indole e mettendo in campo la propria biografia. Simone, Rachel, Hannah hanno scritto e trattato i propri testi come se fossero sogni, scritture della mente e del cuore, personalissime elaborazioni dell'atto di vivere che tratteggiano una strada verso l'esistenza. E sono arrivate a toccare la materia pulsante della vita.
Simone Weil, la piú «strana» del gruppo, né brutta né bella, insolente e tenera, ardita e timida insieme. Fin da bambina si esercita al sacrificio, al digiuno e rifiuta i privilegi della sua classe. Non prende piú lo zucchero quando sa che scarseggia per la povera gente, non porta le calze d'inverno, perché non tutti ce l'hanno. È intransigente e radicale, a costo di apparire ridicola. Ha una sincera aspirazione di giustizia. Ha bisogno di verità, un bisogno fanatico. Muore il 24 agosto del 1943, a soli trentaquattro anni, nel sanatorio di Ashford.
Rachel Bespaloff è la piú misteriosa, la piú segreta, sfuggente e riservata. Non ha titoli accademici, è priva di riconoscimenti, se non all'interno di una cerchia di filosofi di cui si sente sorella e amica. Tutto in lei è obliquo. Rachel è straniera, nomade, autodidatta. È una donna di una bellezza patetica che suona benissimo il pianoforte, si nutre di libri e scrive continuamente, in controcanto. Perché di tutto quello che accade attorno a lei e di tutto ciò che legge si sente chiamata a rispondere. Muore suicida nell'aprile del 1949.
Hannah Arendt è la piú conosciuta delle tre. Forse la piú forte, certo la piú fortunata. Sfrontata e, a volte, arrogante in pubblico, in privato è gentile e attenta. Fedele e profonda nell'amicizia. Scrive e riflette sempre a voce e testa alta.
Delle voci di queste tre donne Nadia Fusini si fa cassa di risonanza, restituendocene, con intelligente vicinanza, le storie, il pensiero, la vita.
Sablé. Dizionario del buddhismo zen
Erik Sablé, "Dizionario del buddhismo zen" (il Melangolo, pagg. 224)
Lo zen può essere considerato come l'essenza del buddhismo, e questa essenza si raggiunge con il risveglio e l'illuminazione. Tuttavia per lo zen la vera essenza dell'uomo non si realizza in un altro mondo, ma rappresenta un ritorno alla realtà concreta della vita. In Giappone lo zen ebbe un'influenza decisiva sulla poesia, sulla pittura, sull'arte del giardino e la cerimonia del tè, e persino sulle arti marziali. Questo piccolo dizionario permette di avvicinarsi al mondo dello zen, e comprende sia la spiegazione delle sue parole-chiave, sia i principali aspetti della sua cultura, che si riflettono in tutte le forme d'arte. Sarà così possibile cogliere lo "spirito dello zen", e immergersi nell'ambiente culturale che lo ha generato.
Lo splendore casuale delle meduse
Judith Schalansky, "Lo splendore casuale delle meduse" (Nottetempo, pagg. 264)
Nella vita, la concorrenza tra le specie e la capacità di adattamento sono tutto ciò che conta. È questo che insegna ai suoi alunni Inge Lohmark, professoressa di Biologia vecchia maniera, in una sperduta cittadina dell’ex DDR, che con il tasso di natalità a picco non ha piú nessuno che abiti le case né bambini da iscrivere a scuola. Intransigente e rigorosa, dà del lei a ragazzini ancora storditi dalla polluzione notturna, non incoraggia i piú lenti perché sono parassiti nel corpo della classe e non difende i piú deboli perché la selezione è un meccanismo aureo per l’evoluzione delle specie. Ma l’applicazione del darwinismo e delle leggi di natura alla realtà sarà destinata a infrangersi contro il sorgere di un sentimento, un desiderio di vicinanza illogico e ingiustificato nei confronti di un’alunna…
mercoledì 1 maggio 2013
Eidoteca
E' partito il sito Eidoteca, progetto di rivista culturale on line fondato da me, Luigi Torriani, e da Andrea Pollastri!!!
http://eidoteca.net/
Qui i miei primi due articoli:
- Intervista allo scrittore Giovanni Cocco, autore del capolavoro "La caduta" (Nutrimenti, 2013), e dell'ottimo "Ombre sul lago" (Guanda, 2013): http://eidoteca.net/2013/04/30/intervista-allo-scrittore-giovanni-cocco/
- Recensione al romanzo "Canada" di Richard Ford (Feltrinelli, 2013): http://eidoteca.net/2013/04/30/canada-richard-ford/
http://eidoteca.net/
Qui i miei primi due articoli:
- Intervista allo scrittore Giovanni Cocco, autore del capolavoro "La caduta" (Nutrimenti, 2013), e dell'ottimo "Ombre sul lago" (Guanda, 2013): http://eidoteca.net/2013/04/30/intervista-allo-scrittore-giovanni-cocco/
- Recensione al romanzo "Canada" di Richard Ford (Feltrinelli, 2013): http://eidoteca.net/2013/04/30/canada-richard-ford/
venerdì 26 aprile 2013
Mario Giordano. Tutti a casa!
Mario Giordano, "Tutti a casa! Noi paghiamo il mutuo, loro si prendono i palazzi" (Mondadori, rilegato, pagg. 172)
Se avete comprato una casa pagandola fino all'ultimo centesimo, siete fessi. E se avete investito nelle quattro mura i risparmi di una vita, siete fessi al quadrato. Perché gli altri che fessi non sono, cioè i furbi, quelli che contano, che sanno muoversi, che hanno un papà importante o un marito ministro, quelli che conoscono o sono conosciuti, quelli che gestiscono il potere o perlomeno lo frequentano, la casa l'hanno avuta in ben altro modo. E, sicuramente, facendo meno sacrifici di voi.
Il presidente del Senato e quello della Corte dei conti, lo sceriffo di Equitalia e il grande sindacalista, l'ex presidente della Consob e quello della Lega Calcio, il medico del Papa e il magnifico rettore, l'ex ministro dell'Economia e il capo dell'Inps, gli alti burocrati e i grand commis di Stato, il rampollo del senatore e la figlia del deputato, le star del cinema e quelle della musica: ecco alcune delle tante persone citate in questo libro.
Sono diverse per età, formazione culturale, ruolo e partito politico, ma hanno tutte una passione in comune: quella per il mattone.
Comprano molto e, soprattutto, comprano con lo sconto, spesso da un ente pubblico previdenziale: 30, 40, fino al 70-80 per cento in meno del valore di mercato.
Risultato: quello che è accaduto negli ultimi vent'anni in Italia è un vero e proprio saccheggio del nostro patrimonio immobiliare, avvenuto quasi sempre nel rispetto della legge, ma con meccanismi incredibilmente perversi che questa sconvolgente inchiesta vi svelerà. Per esempio, com'è possibile comprare una casa dal Comune di Roma pagandola 26.000 euro, cioè meno di un camper? Perché esistono interi palazzi di Roma che, appartamento dopo appartamento, vengono comprati e rivenduti lo stesso giorno? Dall'appartamento «a sua insaputa» di Scajola ai villoni di Lusi e Fiorito, negli ultimi tempi i potenti hanno dimostrato un debole per il settore immobiliare. Ma non avremmo mai immaginato fino a che punto.
Rachelle Bergstein. Le donne dalla caviglia in giù
Rachelle Bergstein, "Le donne dalla caviglia in giù. Storia delle scarpe e delle donne che le hanno indossate" (Mondadori, rilegato, pagg. 236)
"Le donne dalla caviglia in giù" ripercorre la storia delle calzature femminili nel Ventesimo Secolo, dalle scarpe delle suffragette, che miravano alla comodità e a liberare i piedi delle donne dalla "morsa dell'estetica", fino ai costosissimi tacchi a spillo della Carrie Bradshaw di Sex and the City, passando per i tacchi di Marilyn Monroe, le ballerine di Audrey Hepburn, le scarpe da ginnastica di Jane Fonda, le Doc Martens di Gwen Stefani, gli stivali di Wonder Woman.
Ma la storia delle scarpe è fatta anche di straordinari artigiani, di imprenditori lungimiranti, di stilisti coraggiosi e visionari: da Ferragamo, che ha studiato anatomia del piede, a Manolo Blahnik, che non si è fatto scoraggiare quando le suole di gomma di una sua creazione si sono piegate, al dottor Maertens, che ha creato uno stivale adatto a sostenere un piede infortunato, fino ai fondatori della Nike, che vendevano scarpe dal cofano della macchina.
Rachelle Bergstein è laureata in letteratura inglese al Vassar College e lavora come consulente in un'agenzia letteraria di New York. Vive a Brooklyn con il marito, un gatto e le sue scarpe.
Giorgio Cosmacini. La scomparsa del dottore
Giorgio Cosmacini, "La scomparsa del dottore. Storia e cronaca di un'estinzione" (Raffaello Cortina, pagg. 160)
Nei decenni seguiti al secondo dopoguerra, la meritoria figura del “mio dottore”, come si usava dire, è entrata via via in dissolvenza, si è consumata, svuotata, fino a lasciare di sé, soprattutto nelle generazioni più mature, soltanto un ricordo permeato di rimpianto. Oggi “il dottore” non c’è più, ma quello che conta, al di là dell’elogio del passato, è non rassegnarsi all’idea che i suoi pregi e principi debbano considerarsi un patrimonio irrimediabilmente perduto. La diagnosi della “scomparsa del dottore” formulata qui da Giorgio Cosmacini può essere la premessa di una prognosi che anticipa, auspica se non altro, con lo sguardo rivolto ai medici di domani, un recupero dei valori di cui quella figura era depositaria.
Mauro Corona. Confessioni ultime
Mauro Corona, "Confessioni ultime" (Chiarelettere, libro di pagg. 118 + dvd di 44')
Pensieri e racconti di vita. Le "Confessioni ultime" sono il diario intimo di Mauro Corona, su libertà, silenzio, memoria, corpo, fatica, invidia, orgoglio, competizione, amore, amicizia, dolore, morte, Dio e la fede.
Con un videoreportage di Giorgio Fornoni in dvd. Le musiche di Nick Cave e Warren Ellis, tratte dal film “The Assassination of Jesse James”, accompagnano Mauro Corona in un viaggio a Erto, “paese di crolli e di dolore”, cinquant’anni dopo la tragedia del Vajont. Dalla tana rifugio in cui vive e lavora ai luoghi della sua quotidianità, 44 minuti che raccontano in presa diretta uno tra gli scrittori italiani più letti e amati.
giovedì 25 aprile 2013
Maurensig. L'arcangelo degli scacchi
Paolo Maurensig, "L'arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy" (Mondadori, rilegato, pagg. 206)
Sessantaquattro caselle. Trentadue figure. E una possibilità combinatoria pressoché infinita. Nessuna partita di scacchi è uguale a un'altra. Ognuna è una sfida unica, giocata su quel quadrato magico che è la scacchiera: quasi un mondo fuori dal mondo.
Paul Morphy (1837-1884) è stato un autentico artista della scacchiera, forse il più grande. Nella sua brevissima parabola, sospesa sull'esile filo che separa la genialità dalla follia, ha incarnato alla perfezione l'essenza del "nobile gioco".
Paul nasce a New Orleans, da una famiglia facoltosa, nel 1837. Ha solo quattro anni quando rivela il proprio straordinario talento. A dodici anni è già il più forte giocatore della Louisiana e, non ancora maggiorenne, si laurea campione degli Stati Uniti con una facilità disarmante. A quel punto non gli resta che affrontare i più famosi campioni europei, e soprattutto quello che molti considerano il migliore al mondo: Howard Staunton. A nulla valgono le suppliche della madre, e neppure della sua amata Adele. L'ambizione di Paul non conosce ostacoli. Come un cavaliere, sprezzante di qualunque premio che non sia la gloria, Morphy parte per la sua missione accompagnato da un ambiguo scudiero, il giornalista Frederick Milnes Edge, lasciando la solatia città natale per smarrirsi nelle nebbie londinesi.
Chi era in realtà Paul Morphy? Quali accadimenti spensero la fiamma del suo genio, inducendolo ad abbandonare per sempre gli scacchi all'apice della carriera, e a ritirarsi in una grigia esistenza di solitudine?
Paolo Maurensig è nato a Gorizia nel 1943. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg (Adelphi), grande successo a cui ha fatto seguito quello di Canone inverso (1997), il primo di numerosi romanzi pubblicati per Mondadori: L'ombra e la meridiana (1998), Venere lesa (1998), L'Uomo Scarlatto (2001), Il guardiano dei sogni (2003), Vukovlad (2006), Gli amanti fiamminghi (2008). Sempre per Mondadori ha pubblicato Il golf e l'arte di orientarsi con il naso (2012), dedicato alla sua passione per il golf, mentre alla storia degli scacchi è ispirato anche il recente racconto L'ultima traversa (Barbera 2012).
Kawabata. Prima neve sul Fuji
Kawabata Yasunari, "Prima neve sul Fuji" (Einaudi, a cura di Giorgio Amitranopagg. 226)
Torna nelle librerie, per Einaudi collana Letture, questa raccolta di racconti (anno 1958) del giapponese Kawabata (1899-1972, Nobel per la letteratura 1968), già edita in Italia da Mondadori, in volume da tempo fuori catalogo.
"In queste storie Kawabata non solo prende in prestito con disinvoltura gli strumenti della psicologia e della sociologia, ma si rivela attento alle suggestioni della cronaca e anche a quelle della letteratura rosa (del resto, egli stesso pubblicava volentieri abili romanzi di consumo su riviste femminili). In queste scene di vita coniugale la varietà di registri è tale da mettere in crisi per sempre lo stereotipo di un Kawabata algido e ton sur ton" (Giorgio Amitrano)
Kawabata Yasunari nasce a Osaka nel 1899. Negli anni Venti è attivo nei movimenti di avanguardia letteraria attenti alle coeve sperimentazioni europee. Con un gruppo di giovani scrittori e registi fonda la «scuola delle nuove sensazioni» che si proponeva di cogliere la realtà attraverso l'immediatezza delle percezioni. Il suo primo libro esce nel 1926 ed è una raccolta di racconti: La danzatrice di Izu. Nel 1930 è la volta del primo romanzo: La banda di Asakusa. Dopo la guerra mette a punto il suo stile piú maturo recuperando in chiave moderna forme e valori della tradizione giapponese. Escono i romanzi Il paese delle nevi (1948, nei tascabili Einaudi), Mille gru (1952), Il disegno del piviere (1953, nei tascabili Einaudi), Il maestro di go (1954), Il suono della montagna (1954) e i racconti di Prima neve sul Fuji (1958). Dopo i suoi piú importanti romanzi degli anni Sessanta (La casa delle belle addormentate, 1961; Bellezza e tristezza, 1965, nei tascabili Einaudi) gli viene assegnato il premio Nobel nel 1968. Muore a Zushi nel 1972 asfissiato dal gas in casa sua, forse suicida. Un volume dei «Meridiani» raccoglie i suoi piú importanti Romanzi e racconti a cura di Giorgio Amitrano (Mondadori 2003).
mercoledì 24 aprile 2013
Jack London. Vita, opere e avventura
Daniel Dyer, "Jack London. Vita, opere e avventura" (Mattioli 1885, immagini, pagg. 176)
Autore di alcune tra le storie più avvincenti della letteratura americana (Zanna Bianca, Martin Eden, Il richiamo della foresta, ...), Jack London (1876-1916) ebbe una vita avventurosa quanto quella di un personaggio di uno dei suoi romanzi. Nacque a San Francisco, in California, il 12 gennaio 1876 in una famiglia di operai. Abbandonata la scuola a undici anni, fece di tutto per guadagnarsi da vivere: il pirata di ostriche, il marinaio, il cacciatore di foche, l'operaio. A diciannove anni riprese gli studi. Difensore dei diritti della classe lavoratrice, tenne discorsi infiammati. Abbandonato il college, deciso a diventare scrittore, venne coinvolto in una delle avventure più entusiasmanti del diciannovesimo secolo: la corsa all'oro del Klondike. Autodidatta, a soli ventinove anni era già uno degli autori più popolari del mondo. Negli anni successivi fu reporter di guerra in Corea e Messico, tentò di fare il giro del mondo e organizzò una comunità auto-sufficiente nel suo immenso ranch californiano. E ovviamente scrisse libri e racconti che lettori di tutte le età continuano a leggere e a studiare ancora oggi. In questa biografia emerge la figura di Jack London e l'epoca tumultuosa in cui visse. Corredata da molte foto, ecco l'avventura di una vita affascinante, i cui dettagli si rivelano memorabili come le storie scritte e raccontate dallo stesso protagonista. In appendice il testo "Cos'è la vita per me" di Jack London, nella traduzione di Davide Sapienza, tratto dalla raccolta "Rivoluzione".
"Si è scritto talvolta che la migliore storia di Jack London è stata la sua biografia. In poco meno di 41 anni, accumulò un tale bagaglio di avventure e di successi da bastare per parecchie vite. A 17 anni s'imbarcò per il Mar del Giappone per una battuta di caccia alla foca. A 18 era un vagabondo che viaggiava in treno senza pagare il biglietto e percorreva la nazione in lungo e in largo. Tornato a casa, in California, s'immerse nello studio come autodidatta. A 19 anni si iscrisse alla scuola superiore come matricola. Voleva scrivere, ma ogni cosa che scriveva veniva respinta dagli editori. Nell'estate del 1897 - quando Jack stava per archiviare i suoi sogni - si sparse la notizia di un favoloso ritrovamento di oro nello Yukon canadese, negli affluenti di un fiume poco conosciuto, chiamato Klondike. Con l'aiuto di suo cognato, si diresse verso nord alla ricerca dell'oro. E lo trovò. Non nelle miniere, ma grazie all'esperienza che accumulò durante l'anno trascorso nello Yukon. Quando tornò a casa, era l'estate del 1898, traboccava di idee da raccontare. Ancora una volta cercò di affermarsi come scrittore, e ancora una volta ebbe scarso successo. Poi, pian piano, i suoi scritti cominciarono a vendersi. Nel giro di cinque anni, Jack divenne uno scrittore di successo, i suoi lavori comparivano sulle migliori riviste e sui giornali di grande diffusione. Nell'arco di dieci anni divenne lo scrittore più popolare del mondo, e anche uno dei più pagati. Prima di morire, nel 1916, la sua opera gli aveva procurato tutti gli agi possibili, dagli yachts a un ranch di 1400 acri in una bella valle californiana"
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/jack-london-romanzo-talento-vagabondo-razzista-e-socialista-909480.html
martedì 23 aprile 2013
Insieme in vetta. le cordate famose e le loro imprese
Alessandro Gogna-Alessandra Raggio, "Insieme in vetta. Le cordate famose e le loro imprese" (Mondadori, pagg. 228)
"Ho imparato che nella vita le cordate (non solo quelle alpinistiche) si formano e si scelgono non sulla base delle convenienze ma di un feeling particolare. E quando questa sintonia è speciale, arrivano successi analoghi." Così ha dichiarato il noto alpinista Simone Moro in una intervista rilasciata prima della partenza per il tentativo di prima ascensione invernale del Gasherbrum II in Karakorum (Pakistan), ascensione portata a termine con successo in 22 giorni il 2 febbraio 2011, insieme al kazako Denis Urubko e all'americano Corey Richard.
Fare cordata è un'esigenza istintiva e fondamentale, una cooperazione dove l'uno deve avere cieca fiducia nell'altro: per questo il termine "cordata" ha trasceso il suo significato puramente alpinistico per rappresentare un'unione ideale e concreta, tesa a raggiungere uno scopo comune affrontando insieme avversità e imprevisti. La storia dell'alpinismo offre un ricchissimo campionario di cordate, imprese straordinarie il cui racconto permette di capire a fondo le motivazioni dei singoli nella costruzione degli obiettivi e l'atteggiamento mentale che permette loro di fronteggiare le situazioni più difficili.
Nella storia dell'esplorazione delle montagne di tutto il mondo, dal XIX secolo a oggi, alcune cordate si sono particolarmente distinte per l'eccellenza e la quantità dei successi ottenuti. Questo libro narra le vicende umane e i forti legami che hanno caratterizzato venti fra le più grandi cordate di sempre: dalle scalate di fine Ottocento di Albert Frederick Mummery e Alexander Burgener a quelle di Riccardo Cassin e Vittorio Ratti negli anni Trenta, dalle imprese di Reinhold e Gunther Messner a quelle dei fratelli Huber.
sabato 20 aprile 2013
Ahmed Rashid. Pericolo Pakistan
Ahmed Rashid, "Pericolo Pakistan" (Feltrinelli, pagg. 224)
Un'analisi sul campo di un paese in cui si giocano i futuri equilibri geopolitici mondiali. “Dovrebbe diventare lettura obbligatoria alla Casa Bianca" (Financial Times)
La prima istantanea ritrae i Black Hawk americani che calano silenziosi su Abbottabad, Pakistan. Ventitré militari penetrano nel compound che nasconde Osama Bin Laden, lo finiscono con una pallottola alla testa e una al petto, catturano la sua famiglia, si allontanano portando con loro il corpo del terrorista, cinque computer, vari hard disk, più di cento memorie flash. Allargando lo sguardo, Ahmed Rashid ricostruisce uno scacchiere su cui si muovono tre protagonisti. Da un lato gli Stati Uniti di Barack Obama, divisi tra la promessa di pacificazione della regione e le derive di un’azione contraddittoria, gestita da lobby politiche e militari in lotta. Dall’altro l’Afghanistan, un paese oppresso dal regime talebano, devastato da trent’anni di guerre ininterrotte, segnato da un intervento americano militarmente inefficace e politicamente incapace di costruire le basi per un’alleanza futura. E infine il Pakistan. Formalmente alleato degli Usa. Di fatto preda di un’élite corrotta, militari spietati, servizi segreti doppiogiochisti. E transfughi jihadisti sistematicamente accolti e sostenuti nella loro azione. Solo un impegno finalmente coerente da parte degli Stati Uniti – questa la tesi di Rashid – potrà risollevare una popolazione martoriata e stabilizzare una nazione e un’area esplosiva. Un’area dalle cui sorti dipendono il destino della potenza americana, il suo posizionamento rispetto a Cina e India, il suo effettivo contributo a un nuovo equilibrio mondiale. Nove istantanee per raccontare il Pakistan di oggi, dopo il successo planetario ottenuto da Rashid con "Talebani". Nove capitoli per stilare una precisa, sconvolgente analisi politico-militare su un paese decisivo nel conflitto che infuria in Asia centrale.
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