Libreria Torriani di Luigi Torriani (foto di Nicola Vicini)

Libreria Torriani di Luigi Torriani (foto di Nicola Vicini)

martedì 26 marzo 2013

Israel Joshua Singer. La famiglia Karnowski



Israel Joshua Singer, "La famiglia Karnowski" (Adelphi, pagg. 504)

"La famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer, maestro dimenticato, rimasto per troppo tempo nel cono d'ombra del più celebre fratello minore Isaac Bashevis Singer, Premio Nobel per la letteratura 1978.
La pubblicazione di questo libro, fra i memorabili del secolo scorso, ha il sapore di un evento, e di un risarcimento: finalmente, il lettore potrà immergersi nel grandioso affresco familiare in cui si snoda, attraverso tre generazioni e tre paesi – Polonia, Germania e America –, la saga dei Karnowski. Che comincia con David, il capostipite, il quale all'alba del Novecento lascia lo shtetl polacco in cui è nato, ai suoi occhi emblema dell'oscurantismo, per dirigersi alla volta di Berlino, forte del suo tedesco impeccabile e ispirato dal principio secondo il quale bisogna "essere ebrei in casa e uomini in strada". Il figlio Georg, divenuto un apprezzato medico e sposato a una gentile, incarnerà il vertice del percorso di integrazione e ascesa sociale dei Karnowski – percorso che imboccherà però la fatale parabola discendente con il nipote: lacerato dal disprezzo di sé, Jegor, capovolgendo il razzismo nazista in cui è cresciuto, porterà alle estreme conseguenze, in una New York straniante e nemica, la contraddizione che innerva l'intera storia familiare. Con una sapiente orchestrazione che è insieme un crescendo e un inabissarsi, Singer non solo ci regala pagine d'inconsueta bellezza ma getta anche uno sguardo chiaroveggente sulla situazione degli ebrei nel­l'Europa dei suoi anni, rivelando quelle virtù profetiche che, quasi loro malgrado, solo i veri scrittori possiedono.

Umberto Pasti. Giardini e no



Umberto Pasti, "Giardini e no. manuale di sopravvivenza botanica" (nuova edizione, Bompiani, pagg. 160, disegni di Pierre Le-Tan)

II libro è un manifesto di resistenza botanica, personale e ironico, che partendo dalla polemica contro i giardini oggi di moda offre uno spaccato della nostra società. L'autore prende in considerazione i giardini dei collezionisti fanatici, ossessionati dalla rarità e particolarità delle specie al punto da scordarsi di trarre piacere dall'aspetto o dal profumo dei fiori; i giardini delle signore per bene, viziati da un'inventiva asfittica e meccanica, leccati e finti; i giardini miliardari, status-symbol e sfoggio di ricchezza, uno dei massimi esempi di non-giardino perché chi lo possiede non ha un briciolo di passione, e si affida a professionisti dal nome inevitabilmente inglese, i garden-designer; i giardini moreschi, che hanno sostituito il giardino giapponese nel trend esotista occidentale... Per fortuna, in questa valle degli orrori, ci sono anche piacevoli sorprese, come i giardini dei benzinai, quelle aiuole selvagge e imprevedibili, concimate dall'inquinamento, che per qualche bizzarria della natura danno vita a creazioni sorprendenti e toccanti.

Tabucchi. Di tutto resta un poco



Antonio Tabucchi, "Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema" (Feltrinelli, pagg. 304)

"Di tutto resta un poco" è il libro a cui Antonio Tabucchi ha lavorato, fino all'ultimo, in prima persona, malgrado la malattia e da dentro la malattia, condividendo ogni dettaglio con la curatrice e la casa editrice. È una raccolta di scritti meditata, che prende le mosse da un memorabile "elogio della letteratura", di una letteratura capace di "ficcare il naso dove cominciano gli omissis". È inevitabile che, a partire da lì, dalla responsabilità delle parole per arrivare alla consolazione della bellezza, Antonio Tabucchi tocchi i temi più cari e insieme ai temi le opere e gli uomini (spesso amici) che lo hanno accompagnato. Ci sono gli autori frequentati con l'assiduità dello studioso (Pessoa e Drummond de Andrade, Kipling e Borges, Cortázar e Primo Levi), quelli sondati dalla veemenza della consuetudine (Daniele Del Giudice, Norman Manea, Enrique Vila-Matas, Mario Vargas Llosa e Tadahiko Wada), quelli più giovani, illuminati da una lungimiranza severa e affettuosa. E poi ci sono meravigliose pagine sul cinema, che tengono insieme il lirico omaggio alle ali di farfalla di Marilyn Monroe e la penetrante analisi della gag sovversiva di Almodóvar.

Peter Cameron. Il weekend



Peter Cameron, "Il weekend" (Adelphi, pagg. 184)

John e Marian, coppia di facoltosi quarantenni, attendono nella loro villa di campagna l'arrivo di Lyle, critico d'arte di New York, nell'anniversario della morte di Tony, fratello di John e compagno di Lyle per nove anni. Quest'ultimo si presenta però insieme a Robert, ventiquattrenne pittore di origini indiane: circostanza fatalmente destinata a trasformare il placido soggiorno che i tre avevano programmato in una sequenza di momenti imbarazzanti e carichi di tensione. Ma se l'ansiosa Marian sem­bra essere l'unica ad accorgersene e John si chiude in un laconico riserbo, Lyle fa di tutto per apparire disinvolto. Il suo ultimo libro, in cui descrive la pittura contemporanea come «un'arte moribonda», ha avuto un successo di pubblico inaspettato, e grazie all’adorazione del giovane Robert si è di nuovo attaccato «alla speranza, al­l’at­tesa, al­l’idea che la sua vita stia per cambiare». Eppure, come Lyle imparerà a proprie spese, «lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che il tempo si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai». È infatti nelle situazioni più ordinarie – una cena in giardino, una nuotata nel fiume accanto alla casa – che l'assen­za di Tony si fa insopportabile, costringendo i tre amici a sollevare il velo di falsa naturalezza che maschera ansie ine­spresse e antichi dolori.

Bertante. Estate crudele



Alessandro Bertante, "Estate crudele" (Rizzoli, rilegato, pagg. 218)

Alessio Slaviero è un uomo molto temuto nel suo quartiere, quel triangolo di strade strette che si estende a Milano tra viale Monza, via Padova e la ferrovia; il ventre oscuro della città, dove il territorio si conquista e si difende con la forza, tutti i giorni. Alessio Slaviero è un uomo assediato da mille ombre e da mille fantasmi. Il suo unico amico è Manuel, un travestito brasiliano bello come un adolescente cattivo, che abita nell'appartamento di fianco. Ma Alessio Slaviero è anche un uomo, forse l'ultimo, capace di intuire nella miseria del quotidiano la grandezza di un passato rimosso, e di aggrapparsi a una visione: una donna incantevole che ogni sera si affaccia, sul balcone di fronte al suo, per dare l'acqua alle piante. Se non una promessa di felicità, almeno la conferma che un senso può ancora esserci. Ma il caldo infernale dell'estate del 2003 avvolge e appanna la metropoli in una morsa che vanifica la speranza, istiga alla violenza e prelude a un ultimo scontro frontale. Ci saranno ferite e ritorsioni, passioni irrefrenabili, esaltazione e vergogna, finché arriverà il momento di prendere decisioni irreversibili. Alessandro Bertante restituisce una dimensione epica a un tempo, il nostro, che sembra avere smarrito la memoria. E ci regala un romanzo scorretto, di straordinaria potenza visionaria, che fa esplodere i contrasti e in cui ogni cosa, perfino la più semplice, vibra di un antico mistero.

Michele Mari. Di bestia in bestia nuova versione



Michele Mari, "Di bestia in bestia. Nuova versione" (Einaudi, rilegato, pagg. 230)

"Edito nel 1989 ma scritto a partire dal 1980, quando non avevo ancora venticinque anni, Di bestia in bestia è l'unico dei miei libri a cui abbia rimesso mano. Il tema del romanzo, piú ancora del dualismo fra sublimazione e ferinità, era la contraddizione per cui a sua volta la cultura può essere simultaneamente vissuta come luce (o salvezza) e come impedimento alla vita; come orgoglio, e come lutto. Dovevo dunque scriverlo in modo alto e sublime, ma con tali eccessi da rivelare la componente nevrotico-feticistica di quello stesso stile. Quel diluvio di formule accademiche dunque, quel modo di esprimersi come una postilla erudita o secondo cadenze metriche, erano un eccesso dovuto e funzionale, ma pur sempre un eccesso. Ne ero consapevole, ma sentivo che allora, per quello che il libro rappresentava per me (come una vendicativa resa dei conti con una giovinezza interamente dedicata alla letteratura), dovevo scriverlo e pubblicarlo cosí.
Oggi però, dopo tanti altri libri, ho riscritto Di bestia in bestia in modo piú asciutto, soprattutto là dove l'oltranza classicheggiante e l'accumulo citativo rischiavano di privilegiare un controcanto parodico, che fin dall'inizio avvertivo come male necessario. Di fatto non ho riscritto quella storia ex novo: ho invece sottoposto il testo originale a una serie continua e capillare di tagli, suturando con interventi minimi le parti superstiti. L'operazione non implica però, almeno nelle mie aspettative, che questa versione debba sostituire la prima: al contrario esse vivono entrambe nella diacronia, come le lentissime Variazioni Goldberg eseguite da Glenn Gould nel 1982 non sostituiscono ma integrano dialetticamente le sue velocissime variazioni del 1955. In ogni caso le due versioni del libro mi sembrano momenti di un unico processo di contrazione che già aveva coinvolto, a monte della prima edizione, diversi dattiloscritti e manoscritti, a partire da un'esorbitante minuta che è forse il vero mostro della vicenda.
Riguardando questi materiali vedo che quasi tutte le correzioni sono a togliere: questo vuol dire che l'attuale versione, in ogni suo tratto di lingua e di stile, era già tutta nella primissima. Anche per questo Di bestia in bestia è il libro della mia vita"

giovedì 21 marzo 2013

E.A.Poe. I literati di New York




Edgar Allan Poe, "I literati di New York City" (Bompiani, pagg. 232)

Tra alcol, viaggi, matrimoni, amori e tradimenti, Edgar Allan Poe ebbe anche la capacità di guardarsi intorno, leggendo e scrivendo di e su personaggi letterari del suo tempo, che hanno rappresentato la ricca vena letteraria dell'America della prima metà dell'Ottocento, che, contrariamente a Poe, sarebbero finiti inesorabilmente in un oblio storico e letterario, se egli non avesse scelto, fior da fiore, quanti voleva consegnare alla storia della letteratura. 'The Literati of New York City' costituisce ­ secondo un autorevole studioso di Poe, Kevin J. Hayes ,­ l'abbozzo di una delle prime storie letterarie americane, in verità mai finita. A mezza via tra la letteratura e il giornalismo, emerge un profilo di Poe, per alcuni versi, inedito e, di certo, interessante: il Poe che emerge da queste pagine è quello di una nitida chiarezza d'idee e di una profonda e sofferta purezza d'animo." (Giovanni Puglisi)

John Steinbeck. Missione compiuta




John Steinbeck, "Missione compiuta. Storia della squadra di un bombardiere durante la Seconda Guerra Mondiale" (Bompiani, pagg. 239)

"Con il coinvolgimento dell'America nel conflitto mondiale contro il nazi-fascismo, Steinbeck era desideroso di fare la sua parte nello sforzo bellico, scrivendo un libro su come l'U.S. Army Air Force recluta e forma la squadra di un bombardiere. In generale, la guerra non era il terreno letterario di Steinbeck. D'altro canto, la sua sensibilità letteraria sembrava preferire gruppi o ritratti collettivi di diversi personaggi, in perfetta coincidenza con la strategia dell'Army Air Force: quella di unire gli uomini di una larga fetta d'America e di insegnare loro a lavorare insieme per uno scopo comune, come squadra di un bombardiere. Steinbeck scrive: 'L'intento di questo libro è quello di spiegare in maniera semplice la natura e la missione di un equipaggio di bombardiere e la tecnica e l'addestramento di ogni suo membro. L'equipaggio di bombardiere avrà una parte importante nel difendere questo paese e nel combattere i suoi nemici. È la più grande squadra del mondo.' Steinbeck usò il suo grande talento per convincere molti altri americani a diventare parte di questa squadra, anche se ignorava le conseguenze future della campagna di bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. Fosse o no uno scrittore di guerra, alla fine Steinbeck era un patriota americano che usava il proprio grande talento per aiutare il suo paese a combattere una guerra che minacciava le democrazie di tutto il mondo." (dall'introduzione di James Meredith)

Il paradiso dei lettori innamorati




Antonio Monda, "Il paradiso dei lettori innamorati. Conversazioni con grandi scrittori sui film che amiamo e detestiamo" (Mondadori, pagg. 162)

Quali sono i film della nostra vita, quelli che ci hanno emozionato di più e ai quali torniamo volentieri con il cuore e la mente? A tanti sarà capitato, in una serata tra amici, di elencare i film preferiti. È una scelta nella quale, oltre al valore della pellicola, hanno un ruolo il luogo, l'occasione e la compagnia ma che, certo, nasconde anche una parte intima e profonda di tutti noi. Ma cosa succede quando a guardare un film è uno scrittore? È possibile che il suo linguaggio, i temi che tratta e il suo mondo poetico ne siano in qualche modo influenzati? Perché preferisce un film anziché un altro? E, se è uno scrittore il cui mondo interiore avvertiamo affine, amerà pellicole a noi care? Antonio Monda, che dedica la sua vita alla letteratura e al cinema, ed è da sempre interessato al rapporto tra la parola scritta e l'immagine, offre in queste pagine una risposta originale.
Intervistando venti scrittori di lingua inglese, di età e stili diversi, da Philip Roth a Martin Amis e Don DeLillo, da Chuck Palahniuk a Zadie Smith, e ponendo loro una semplice domanda - "Quali sono i cinque film della tua vita?" -, ha ricevuto la rivelazione di cosa rappresenti nell'intimo l'immagine per chi è capace di trasformarla in parole. Infatti, afferma l'autore, "di cosa parliamo quando parliamo di cinema? Alla fine mi sono reso conto che queste liste di film così diversi rappresentano uno specchio che cattura un momento fuggente, e riflette un'immagine parziale, ma illuminante, della vita di chi li ama"

Peter Sis. La conferenza degli uccelli





Peter Sis, "La conferenza degli uccelli" (Adelphi, rilegato, pagg. 160)

La conferenza degli uccelli è un poema persiano del dodicesimo secolo che racconta come, per sottrarsi al caos e alla disperazione che opprimono il mondo, l’Upupa raccolga la moltitudine degli uccelli e la guidi alla ricerca di un re perduto, Simurg, che si dice abbia tutte le risposte. È l’inizio di un viaggio meraviglioso e tremendo verso la dimora di Simurg, protetta da sette misteriose valli. In ognuna, gli uccelli dovranno affrontare insidie mortali: ma chi riuscirà a superarle otterrà una rivelazione inattesa. I versi di Farīd ad-Dīn ‘Attār – di cui quasi nulla si sa, tranne che a un certo punto della vita intraprese un lungo viaggio dalla Persia fino alla remota India – incantano da sempre chi li legge o li ascolta, e hanno ispirato a Peter Brook uno dei suoi spettacoli più sorprendenti: ma soltanto il grande illustratore Peter Sís poteva trasformarli in questa stupefacente partitura visiva.

martedì 19 marzo 2013

A sua insaputa. Autobiografia della Seconda Repubblica




Filippo Maria Battaglia-Alberto Giuffrè, "A sua insaputa. Autobiografia non autorizzata della Seconda Repubblica" (Castelvecchi, pagg. 144)

Un blob su carta, in cui il ritratto di ogni politico è costruito mettendo insieme in un unico discorso frasi pronunciate dal politico stesso.

Mentre la Seconda repubblica arriva al capolinea, quattordici dei suoi protagonisti si raccontano. Per la prima volta "a loro insaputa", coma Scajola con la casa al Colosseo. Lo fanno attraverso un blob costruito con frasi che loro stessi hanno rilasciato in centinaia di interviste, conferenze stampa, comparsate televisive, autobiografie ufficiali e intercettazioni, mixate in una lunga confessione senza freni inibitori. Ogni ritratto si trasforma in un monologo ininterrotto che rivela vizi, tic, contraddizioni ideali e caratteriali di ogni personaggio: Vendola, Di Pietro, Casini, Bersani, Fini, Bossi, Rutelli, Veltroni, Formigoni, D'Alema, Mastella, Prodi, Bertinotti, Berlusconi, quest'ultimo raccontato dalle donne che lo hanno conosciuto, in un crescendo molto poco istituzionale che dal bunga bunga arriva allo squit squit, ultima moda delle cene di Arcore.

sabato 16 marzo 2013

Mauro Covacich. L'esperimento




"Chi si ferma è perduto, così si dice. Ma forse chi si ferma è perché ha visto un'altra strada"

Mauro Covacich, "L'esperimento" (Einaudi, rilegato, pagg. 174)
Per il padre di Gioia il talento non è un dono innato, ma una conquista. È questo il principio con cui ha condotto l'esperimento: ha istruito sua figlia secondo regole ferree, studi ed esercizi, rendendola imbattibile nel gioco degli scacchi. A un passo dal titolo di Grande Maestro, però, Gioia cade preda delle visioni: interferenze che la costringono a spiare un altro mondo. Un mondo in cui vivono un re triste vestito da rapper e la sua intrepida regina, che si muove con lo scooter su e giú per la città, tra uomini in grisaglia freschi di licenziamento, una curiosa declamatrice che recita poesie in mezzo al traffico e voraci consumatori di sesso. E cosí, mentre si avvicina il torneo decisivo e un giornalista - con la scusa di intervistarla - inizia a corteggiare Gioia facendola sentire per la prima volta viva, piano piano nelle esistenze di tutti l'immaginazione rischia di prendere il sopravvento sulla realtà.
Mauro Covacich ha scritto un romanzo impetuoso e appassionante, che esplorando il funzionamento del corpo e della mente dimostra quanto essi siano indissolubilmente legati. Proprio come accade in questa storia, in cui non è possibile capire dove finisce la vita e dove comincia la letteratura.

Mezzanotte a Pechino




Paul French, "Mezzanotte a Pechino, ovvero il torbido omicidio della Torre delle Volpi (Einaudi, rilegato, pagg. 268)

La vicenda raccontata è una storia realmente accaduta. Siamo nel 1937, è da poco passato Natale, il Natale russo che secondo l'antico calendario giuliano cade 18 giorni dopo quello occidentale. È mattina, fa molto freddo, quando nella zona orientale della vecchia Pechino, vicino a un'imponente e spettrale torre di guardia, la Torre delle Volpi, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna. Ai suoi piedi montano la guardia due huang gou, due cani gialli. In quel periodo era abbastanza frequente trovare cadaveri per le strade della città: morti per fame o freddo, per suicidio o per droga o in seguito a risse violente negli hutong della città. Ma questo omicidio appare subito diverso.
Diverso perché la morta è una donna occidentale, una bianca, e «pelle bianca» come afferma Han, l'ambiguo colonnello della polizia locale incaricato delle indagini, «significa domande. Domande da parte di uomini potenti, uomini che non mollano finché non ottengono risposte» e risposte che a loro convengono, naturalmente. Ed è diverso, anche perché il volto del cadavere è orrendamente sfigurato, i vestiti da studentessa stracciati e dal petto aperto sono stati prelevati alcuni organi, tra cui il cuore. L'orologio costoso al polso della ragazza ha smesso di funzionare poco dopo la mezzanotte.
La morta è Pamela Werner, figlia di un ex diplomatico inglese, professore, archeologo, linguista, uno studioso molto noto in città e nel Quartiere delle legazioni, dove le grandi potenze europee, l'America e il Giappone hanno ambasciate e consolati. La situazione appare subito delicata e il caso spinoso. La Cina è in quel momento una repubblica sospesa tra l'impero e la rivoluzione, in guerra con il Giappone che ne ha invaso il territorio, ed è lacerata da scontri interni tra i vari signori della guerra. Le autorità britanniche decidono cosí di affiancare alla polizia locale un loro uomo, Richard Dennis, ex commissario di Scotland Yard di stanza in Cina, ma appare presto chiaro che il vero desiderio è quello di insabbiare il caso, soprattutto quando si scopre che ad essere coinvolti sono uomini occidentali molto noti e rispettati in città.
Dopo qualche settimana gli investigatori dovranno abbandonare le indagini, che saranno però continuate in forma privata e con grande ostinazione dal padre che non si fermerà mai, neanche quando si scoprirà una Pamela, ribelle e autonoma, assai diversa dall'immagine di brava ragazza che tutti conoscevano. E anche il vecchio console mostrerà ben presto un volto ambiguo e poco cristallino. 

venerdì 15 marzo 2013

Pinker. Il declino della violenza



Steven Pinker, "Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l'epoca più pacifica della storia" (Mondadori, rilegato, pagg. 906)

Monumentale e controverso saggio di Steven Pinker, docente di psicologia e direttore del Centro di neuroscienza cognitiva al MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Qui un'intervista all'autore:http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_recensione.asp?id_contenuto=3737600

Qui la video presentazione del libro:http://brenta.tv/video/steven_pinker_il_declino_dell_uso_della_violenza.htm

"La mancanza di cultura statistica è un problema serio per l'intera classe intellettuale. Dovremmo insegnarla in ogni ordine e grado. E prendere l'abitudine di verificare le nostre affermazioni al vaglio fattuale e scientifico. (...) Per esempio: la Seconda guerra mondiale è solo al nono posto delle guerre quanto a numero di morti rispetto alla popolazione, mentre la rivolta An Lushan nella Cina dell'VIII secolo è al primo. (...) Soffriamo di miopia storica: gli eventi più vicini sono più chiari, con più fatti e con ricordi più vividi. Nei secoli precedenti non avevano la Cnn. Si aggiunga che le atrocità sono spesso usate come munizioni nei dibattiti. Chi vuole criticare la modernità ha bisogno di sostenere che i peggiori episodi siano accaduti nei tempi moderni. (... )Il XX secolo, con lo spaventoso numero di vittime provocate da due guerre mondiali e vari genocidi, è stato definito "il secolo più violento della storia", e l'alba del nuovo millennio sembra prefigurare scenari non meno inquietanti. Eppure, anche se può sembrare incredibile, in passato la vita sul nostro pianeta è stata di gran lunga più violenta, e quella che stiamo vivendo è probabilmente "l'era più pacifica della storia della nostra specie". A sostenere questa tesi è Steven Pinker, il quale dimostra, statistiche alla mano, che il calo della violenza può essere addirittura quantificato. E le cifre che fornisce sono impressionanti. Le guerre tribali hanno causato, in rapporto alla popolazione mondiale del tempo, quasi il decuplo dei morti delle guerre e dei genocidi del Novecento. Il tasso di omicidi nell'Europa medievale era oltre trenta volte quello attuale. Schiavitù, torture, pene atroci ed esecuzioni capitali per futili motivi sono state per millenni ordinaria amministrazione, salvo poi essere bandite dagli ordinamenti giuridici di tutte le nazioni democratiche. (...) Ma che cosa ha determinato questo declino della violenza? Secondo Pinker, tale processo è dovuto al trionfo dei "migliori angeli" della nostra natura (empatia, autocontrollo, moralità e ragione) sui nostri "demoni interiori" (predazione, vendetta, sadismo e ideologia), un trionfo reso possibile dalle istanze civilizzatrici su cui l'Occidente ha fondato la propria identità: monopolio statale dell'impiego legittimo della forza, alfabetizzazione, cosmopolitismo, libertà di commercio, 'femminizzazione' della società, e un uso sempre più ampio della razionalità nell'agire economico e nel dibattito pubblico" "

Kerbaker. Lo scaffale infinito




"Fondare biblioteche, diceva Marguerite Yourcenar, è ancora un po’ come costruire granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito. Da sempre, ogni biblioteca è un baluardo alla decadenza, un simbolo concreto con cui opporsi alla volgarità del presente"

Andrea Kerbaker, "Lo scaffale infinito. Storie di uomini pazzi per i libri" (Ponte alle Grazie, pagg. 264)

"Lo scaffale infinito" dello scrittore e bibliofilo Andrea kerbaker (1960- ) è un racconto che si snoda su un arco di oltre sei secoli, tra collezionisti, volumi e biblioteche di tutto il mondo, dall’umanesimo toscano al mondo globalizzato del terzo millennio, attraverso l’Europa rinascimentale e la Russia degli zar, gli Stati Uniti dell’esplosiva crescita economica di fine Ottocento e la sciagurata parentesi nazista.
Incontriamo figure immense della storia letteraria, come Francesco Petrarca, con la sua straordinaria collezione di manoscritti e l’amore smisurato per Virgilio; personaggi più oscuri ma non meno importanti, come Hernando Colón, figlio illegittimo di Cristoforo Colombo, e Monaldo Leopardi, padre non amato di Giacomo; potenti cardinali come Federigo Borromeo e Mazarino, industriali dalle ricchezze favolose e attori squattrinati, come i primi stampatori di Shakespeare, inconsapevoli dell’eredità che avrebbero lasciato al mondo. A chiudere il cerchio un nume tutelare dell’amore per i libri, Umberto Eco.

giovedì 14 marzo 2013

Emanuel Swedenborg. Del cielo e delle sue maraviglie




Emanuel Swedenborg, "Del cielo e delle sue maraviglie e dell'inferno secondo quel che si è udito e veduto" (La Vita Felice, pagg. 584, introduzione di Armando Torno)

Teologo, mistico e visionario che asseriva di comunicare con gli angeli, gli spiriti e le anime dei morti (e ne riportava i messaggi nelle sue opere), ma anche autore di opere di chimica, anatomia e matematica, lo svedese Emanuel Swedenborg (1688-1772) è noto agli studenti di filosofia perché viene nominato in tutti i manuali nelle pagine su Kant, che su Swedenborg scrisse il saggio "I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica" (1776, oggi in catalogo per Rizzoli-Bur).
Questo ampio volume con note e introduzione di Armando Torno proposto ora dall'editore La Vita Felice è l'occasione per leggere direttamente i suoi scritti.

"Swedenborg riuscì a influenzare a fondo il romanticismo tedesco. (...). Goethe parlò di Swedenborg come di un suo 'amore segreto'. Anche Kant- come fa notare Bertrand Russell nella sua Storia della Filosofia Occidentale - riteneva Swedenborg tutt'altro che uno sprovveduto. (...) Ma tracce di lettura della vasta opera di Swedenborg  si ritrovano anche in Schelling, in Baader, in Hegel. La sua influenza si distribuirà un po' ovunque, fino a influenzare e affascinare protagonisti della cultura letteraria quali Emerson, Balzac, Strindberg.
Swedenborg fa poi parte a buon diritto della storia delle religioni, per l'influenza che esercitò la sua radicale reinterpretazione delle Scritture, ma anche per l'attività di veggente, profeta e per l'annuncio di un novello cristianesimo e di una 'Nuova Chiesa'. Anche se non diede vita, durante la sua esistenza, ad alcuna organizzazione religiosa, dopo la sua morte si formarono delle comunità che ancora oggi continuano nel mondo e contano circa cinquantamila adepti"

mercoledì 13 marzo 2013

Alain Badiou. La Repubblica di Platone




Alain Badiou, "La Repubblica di Platone" (Ponte alle Grazie, pagg. 432)

Né traduzione o parodia, né commento o rilettura filologica, La Repubblica di Platone "di" Badiou si accinge a diventare l’opera filosofica più singolare del XXI secolo.
I personaggi sono Socrate e i suoi allievi, ma tra questi spunta una donna, Amantea, sorella di Platone. I problemi sono quelli della giustizia e della costituzione politica, ed ecco allora che si parla di corruzione dilagante e sovranità del denaro. Resta la tensione socratica con Omero ed Eraclito, ma la poesia viene riscattata da Mallarmé e il molteplice da Deleuze. I concetti, le domande, i nodi problematici sono posti da Platone, e Alain Badiou li declina nella nostra condizione contemporanea, in un testo che ricolloca l’opinione nel contesto delle società mediatiche, il mito della caverna nell’odierna schiavitù dell’effimero, Dio nell’alterità, la filosofia in un gesto di combattimento. Nella società giusta qui ridisegnata, dove a governare sono di nuovo i filosofi, e dove tutti nessuno escluso saranno filosofi, a dischiudersi non è solo la possibilità di una "vera politica" ma una via di accesso all’assoluto.

L'Ulisse di Joyce nella traduzione di Gianni Celati




"Joyce. Ulisse nella traduzione di Gianni Celati" (Einaudi, pagg. 996)

La traduzione di Celati si inscrive nella antica linea einaudiana di “scrittori tradotti da scrittori”: un’intuizione e una passione editoriale di Giulio Einaudi, che fin dagli anni Trenta si era speso perché dall’incontro di due scrittori e due lingue nascessero dei corto circuiti espressivi che andassero oltre la professionalità della traduzione.

Nei sette anni della sua gestazione questa nuova traduzione dell’Ulisse è diventata essa stessa una specie di leggenda. Interrotta molte volte per le cause più diverse, Celati l’ha ripresa in mano ogni volta caparbiamente, ricominciata, rifatta, migliorata. Ci sono stati problemi di salute che hanno messo a dura prova Celati e che, in certi momenti, lo hanno fatto disperare di poter portare a termine l’impresa. Ma forse il più alto rischio di interruzione definitiva del lavoro si è avuto quando Celati ha smarrito il suo computer portatile su un treno e lo ha poi inseguito tramite tutti gli uffici delle ferrovie internazionali, senza più riuscire a recuperarlo. Non aveva fatto alcun back-up e con quel computer spariva tutta la prima revisione di circa metà romanzo. Come in un gioco dell’oca, si tornava al punto di partenza, cioè alla prima stesura della traduzione fatta alcuni anni prima. Ma dopo un periodo di sconforto, incoraggiato dalla moglie, dagli amici e dalla casa editrice, Celati tornava al lavoro e ricostruiva pezzo per pezzo le soluzioni smarrite o, in molti casi, ne trovava altre forse migliori. Quasi come Dino Campana dopo che Ardengo Soffici gli aveva perso l’unico manoscritto dei Canti orfici. Inutile dire che adesso Celati ha imparato a salvare tutto quello che scrive e fa back-up anche delle liste della spesa.

Cd le novità in libreria



Cd, le novità in libreria:
- David Bowie, "The Next Day"
- David Bowie, "The Next Day" Deluxe edition (3 bonus track)
- Renato Zero, "Amo. Capitolo 1"
- Ska-P, "99%"
- Ska-P, "Todo Ska-P" (cd+dvd)
- Marta Sui Tubi, "Cinque. La luna e le spine"
- Litfiba, "Trilogia del potere" (Desaparecido-17 Re-Litfiba 3)


http://www.youtube.com/watch?v=7dQshLOcPIo

http://www.youtube.com/watch?v=Zrr4c2Vwnpo

http://www.youtube.com/watch?v=v6H99ROwP1Q

http://www.youtube.com/watch?v=1BKduJIa0eA

martedì 12 marzo 2013

Stefano Gastaldi. Uomini: se li conosci, puoi amarli




Stefano Gastaldi, "Uomini: se li conosci, puoi amarli" (Mondadori, pagg. 200, rilegato, euro 17)

Lo psicologo Stefano Gastaldi racconta l'universo maschile nelle sue molte sfaccettature: maschile e femminile nella mente dell'uomo; l'affettività maschile; gli uomini e il sesso; uomini che diventano padri; l'ironia maschile; i maschi e le loro madri; i maschi e i loro padri; uomini che competono (cavallerescamente); il senso maschile dell'onore; uomini che fanno male alle donne; uomini in cucina; codici professionali-la medicina occidentale e la cultura virile; uomini gay; uomini anziani.

Joseph Stiglitz. Il prezzo della disuguaglianza




Joseph Eugene Stiglitz, "Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro" (Einaudi, pagg. 476, euro 23)

Il nuovo libro del Nobel per l'Economia 2001 Joseph Stiglitz, "consulente" (ma lui ha smentito) o "ispiratore" del Movimento 5 Stelle.


Il livello di disuguaglianza del reddito in America raggiunge oggi picchi mai visti da prima della Grande depressione. Negli anni del boom, precedenti alla crisi finanziaria del 2008, l'1 per cento dei cittadini si è impadronito di piú del 65 per cento dei guadagni del reddito nazionale totale. E tuttavia, mentre il Pil cresceva, la maggior parte dei cittadini vedeva erodere il proprio tenore di vita.
Nel 2010, mentre la nazione lottava per superare una profonda recessione, l'1 per cento guadagnava il 93 per cento del reddito aggiuntivo creato nella cosiddetta "ripresa". Mentre coloro che sono in alto continuano a godere della migliore assistenza sanitaria, della migliore educazione e dei benefici della ricchezza, essi spesso non riescono a comprendere che "il loro destino è collegato a quello dell'altro 99 per cento".
L'America è oggi il paese avanzato con la maggiore disuguaglianza del pianeta. In questi ultimi anni gli interessi consolidati dell'1 per cento della popolazione hanno prevaricato quelli del 99 per cento, soffocando il vero capitalismo dinamico. Non è inevitabile che sia cosí. Joseph Stiglitz spiega ragioni e conseguenze di tale disuguaglianza. E ci indica come e perché conviene cambiare direzione.

Pino Casamassima. Movimenti




Pino Casamassima, "Movimenti. Dagli Indiani metropolitani agli Indignati: le mille stagioni della rivolta globale" (Sperling & Kupfer, pagg. 398, euro 19,50)

Tracciare la linea che unisce i "movimenti" di contestazione, dagli anni Settanta ai giorni nostri, è come raccontare la storia politica e sociale d'Italia. Se fino a oggi si contavano innumerevoli pubblicazioni su specifici gruppi e organizzazioni, mai c'è stato un testo che ambisse a racchiuderli tutti. Pino Casamassima, grande esperto del passato recente del nostro Paese, ha raccolto questa sfida. 
"Movimenti attraversa" il post Settantasette, gli anni Ottanta del disimpegno, i Novanta delle nuove identità, fino agli anni Zero, dominati dalla globalizzazione perfino della protesta. Dagli Indiani metropolitani agli Indignati, passando per paninari e yuppies, punk e No global, fino ai girotondini e alle contestazioni studentesche, dalla Pantera all'Onda: un puzzle composito, analizzato in modo approfondito e raccontato con vivacità e coinvolgimento. Eterogenei, a volte contradditori, effimeri o duraturi, armati o pacifici, ma con un punto in comune: i movimenti, dice l'autore, sono come una molla, che rilascia con violenza la propria forza propulsiva e che a un certo punto rientra, ma mai del tutto, lasciando una traccia - o un graffio - nella nostra storia.

venerdì 8 marzo 2013

Incontro in libreria Giovanni Cocco La Caduta

Sabato 9 marzo, alle ore 18.00, lo scrittore Giovanni Cocco presenta alla Libreria Torriani il capolavoro La Caduta (editore Nutrimenti)
Vi aspetto!!!

http://www.giovannicocco.org/recensioni.html

http://www.nutrimenti.net/libro.asp?lib=264

Antonia Pozzi. Poesie pasturesi




"Forse non è nemmeno vero / quel che a volte ti senti urlare in cuore: / che questa vita è, / dentro il tuo essere, / un nulla / e che ciò che chiamavi la luce / è un abbaglio, / l'abbaglio supremo / dei tuoi occhi malati - / e che ciò che fingevi la meta / è un sogno, / il sogno infame / della tua debolezza. / Forse la vita è davvero / quale la scopri nei giorni giovani: / un soffio eterno che cerca / di cielo in cielo / chissà che altezza. / Ma noi siamo come l'erba dei prati / che sente sopra sé passare il vento / e tutta canta nel vento / e sempre vive nel vento, / eppure non sa così crescere / da fermare quel volo supremo / né balzare su dalla terra / per annegarsi in lui"
(31 dicembre 1931)

Antonia Pozzi, "Poesie pasturesi" (Bellavite, pagg. 82, euro 15)

Nuova edizione, arricchita con immagini d'epoca, delle poesie pensate e scritte a Pasturo (Lecco) dalla poetessa Antonia Pozzi (1912-1938).

giovedì 7 marzo 2013

Jeremy Bernstein. Salti quantici




Jeremy Bernstein, "Salti quantici" (Adelphi, pagg. 208, euro 24)

"Chiunque non ne resti sconvolto incontrandola per la prima volta evidentemente non l'ha capita" diceva della meccanica quantistica Niels Bohr, uno dei suoi padri fondatori – mentre Einstein ne era piuttosto infastidito: "Dio non gioca a dadi col mondo". Certo è che, visti da vicino, i fenomeni quantistici pongono sconcertanti sfide alla logica e al senso comune, modellati sul mondo macroscopico. A seconda delle situazioni, la materia è onda o particella e il confine tra l'osservatore e il fenomeno osservato diventa pericolosamente labile. Coppie di particelle originatesi insieme, ma separate da distanze di chilometri, si comportano come se fossero una unità inscindibile, quasi comunicassero per via telepatica: una trasmissione superluminale, o addirittura istantanea? Ma questa possibilità è negata dalla teoria della relatività, l'altra colonna portante della nostra visione del mondo. Un simile argomento, così remoto dall'esperienza comune, per essere seriamente studiato richiede conoscenze matematiche avanzate e un lungo tirocinio scientifico. Chi ha voluto divulgare i concetti quantistici presso il grande pubblico ha invece il più delle volte finito per banalizzarli ed estenderli ben al di là delle intenzioni dei loro creatori, alimentando ogni sorta di mode e di credenze. Un salutare antidoto è costituito da questo libro, illuminante excursus storico-autobiografico nell'universo della fisica, in cui Jeremy Bernstein, intrecciando all'analisi di vari fenomeni culturali che ruotano intorno alla meccanica dei quanti amabili aneddoti sui suoi grandi protagonisti – un filo conduttore essenziale è dato ad esempio dalle ricerche di John Bell, grazie al quale è rinato l’interesse sui fondamenti di questa teoria –, dissolve luoghi comuni e puntualizza concetti chiave, sovente fraintesi.

Cédric Villani. Il teorema vivente



Cédric Villani, "Il teorema vivente. La mia più grande avventura matematica" (Rizzoli, pagg. 290, rilegato, euro 19)

Il matematico francese Cédric Villani (1973- ), insieme al suo complice Clement Mouhot, ha inseguito per anni la sfida della sua vita, fino a quando, nel 2010, la medaglia Fields lo consacra nell'Olimpo dei matematici mondiali e il nuovo teorema viene accettato per la pubblicazione: cento pagine di un edificio meraviglioso costruito con le geometrie dei simboli. Questo libro è la storia di quell'avventura. Il racconto di una sfida, di viaggi e notti insonni, di ossessioni, rivalità, rivincite e ispirazioni. Villani ripercorre una caccia matematica che lo porta da Kyoto a New York, da Princeton a Hyderabad, in corsa contro il tempo e i ricercatori concorrenti. Parla dei suoi maestri Boltzmann, Poincaré e Landau, della musica che l'ha spronato, del conforto della famiglia. E di quel momento di lucida esaltazione in cui "tutto sembra concatenarsi come per incantesimo". Entriamo così nella mente di un genio capace di contagiare con il suo entusiasmo e di trasformare la matematica in un mondo abitato dalla passione, dall'avventura e dal mistero. Un universo parallelo di cui non abbiamo mai sospettato l'esistenza e che scopriamo, guidati da Cédric Villani, come affascinati esploratori. Anche se la realtà è più complessa e la ricerca non è mai finita: "Ciò che oggi scriviamo sulla lavagna" diceva il Galileo di Brecht, "domani lo cancelleremo".

mercoledì 6 marzo 2013

Franco Brevini. L'invenzione della natura selvaggia




Franco Brevini, "L'invenzione della natura selvaggia. Storia di un'idea dal XVIII secolo a oggi" (Bollati Boringhieri, pagg. 440, euro 28)

Gli antichi "sentivano naturalmente", noi invece "sentiamo la natura". Alla fine del Settecento una sensibilità nuovissima, inaudita, trova un emblema nelle parole di Schiller. Perduta per sempre la naturalezza fusionale che stringeva i nostri avi al loro ambiente di vita, percepiamo la distanza che separa la civiltà dallo sconfinato e dall'inesplorato che le si ergono di fronte, esercitando una fascinazione prima sconosciuta. La natura selvaggia nasce allora, e assume subito i contorni del mito. Certo, è vecchia quanto il mondo, ma va in scena solo con la modernità, quando viene plasmata come costruzione culturale.

Muraglie di ghiaccio, forre paurose, montagne svettanti, acque abissali che ribollono di tempesta sono tenute a battesimo soprattutto in epoca romantica da scrittori, pittori e filosofi, e continuano a proiettare il loro sublime artificio sull'esotismo di massa, sui viaggi estremi offerti in pacchetti dalle agenzie, sull'ecoturismo di nicchia, sull'avventura no-limits. Tra coloro che ripercorrono da studiosi quell'universo mille volte descritto e idoleggiato, pochissimi possono dire di averlo anche esplorato sul campo.

Uno di loro è Franco Brevini, letterato di lungo corso e viaggiatore con una predilezione per le condizioni-limite, che riflette intorno alla wilderness, all'ecologia e all'etica ambientale con l'esperienza diretta dei cinquemila, dei paesaggi boreali e del Borneo.

Christian Kracht. Imperium




Christian Kracht "Imperium" (Neri Pozza, pagg. 192, euro 16)

All’inizio del Ventesimo secolo, il Prinz Waldemar è un poderoso e moderno piroscafo da tremila tonnellate che, ogni dodici settimane, proveniente da Hong Kong, solca l’oceano Pacifico diretto a Sydney, toccando le terre del protettorato tedesco, la Nuova Pomerania. A differenza delle colonie africane, quelle terre sono, per l’Impero di Guglielmo II, assolutamente superflue. I proventi della copra, del guano e della madreperla non bastano a coprire i costi di mantenimento di un possedimento cosí vasto sperduto in Oceania. Ma nella lontana Berlino si parla di quelle isole come di preziose perle iridescenti infilate in una collana. Attratti perciò dal loro irresistibile richiamo paradisiaco, avventurieri e sognatori di tutti i tipi si imbarcano ogni dodici settimane sul Prinz Waldemar verso i mari del Sud.

Tra questi, un giovane uomo di venticinque anni, con gli occhi malinconici di una salamandra, gracile, mingherlino, i capelli lunghi e la barba che sfiora irrequieta la casacca senza collo.
Si chiama August Engelhardt. È vegetariano e nudista, e qualche tempo fa ha scritto un libro dal titolo Eine sorgenfreie Zukunft, "Un futuro spensierato", e ora è in viaggio verso la Nuova Pomerania per acquistare della terra e avviare una piantagione di noci di cocco. Vuole diventare un piantatore, ma non per sete di profitto, bensí per un’intima, spirituale convinzione.

Dopo un processo di eliminazione che lo ha indotto a ritenere impuri tutti gli altri alimenti, Engelhardt si è imbattuto nel frutto della palma da cocco. E ha ricavato una certezza assoluta: eleggere quel frutto, che cresce rivolto verso il sole e il fulgido Signore Iddio, a unico nutrimento non è soltanto una sana scelta alimentare, ma un modo per accostarsi a Dio e al segreto stesso dell’immortalità.

Il desiderio piú grande di August Engelhardt, la sua vocazione, è perciò creare una colonia di coccovori, di mangiatori di cocco, nelle nuove terre dell’Impero.

Ispirato a una figura realmente esistita, Imperium ci trascina in un surreale turbine narrativo, dove l’avventura di Engelhardt raffigura esemplarmente il naufragio stesso dell’anima tedesca agli albori del XX secolo, e mostra la vera natura di questo romanzo: una magnifica parabola letteraria sugli abissi, sugli smarrimenti e sui pericoli insiti nell’autoaffermazione del romanticismo tedesco a partire dal XIX secolo.

Xiao Bai. Intrigo a Shangai




Xiao Bai, "Intrigo a Shangai" (Sellerio, pagg. 656, euro 16)

Shanghai negli anni Trenta vive la sua età dell’oro. È l’epoca della politica, della guerra civile tra nazionalisti e comunisti, del commercio e del contrabbando, dei traffici clandestini e delle spie. Donne fatali, avventurieri, giovani rivoluzionari, un’atmosfera elettrica e decadente, in un romanzo storico e noir che racconta una città cardine della modernità come in un affresco di Balzac.

"Fin dai tempi in cui Shanghai era diventata un porto franco, negli anni Quaranta dell’Ottocento, esisteva in città uno stile di vita nell’oscurità, completamente differente da quello delle vite quotidiane dei normali cittadini. Come un cuore palpitante, leggendario. Negli anni Trenta, avventurieri di ogni tipo vi andavano a vivere, per il rischio in se stesso, e ogni altro profitto era supplementare. Questa era l’origine vera della sua vitalità. Oggi tutto questo non esiste più". Con queste parole, Xiao Bai, ha dichiarato le intenzioni con cui ha scritto il suo romanzo: dipingere, con il pennello del noir e della storia di spionaggio, un grandioso affresco storico per fermare nella memoria la metropoli immensa che era nota, nel mondo galoppante degli anni Trenta del Novecento, come "il paradiso degli avventurieri".

Una nave attracca nel terzo porto del mondo. A bordo, Xiao Xue, un fotoreporter di padre francese e madre cinese, e la sua bellissima amante, Therese Irxmayer. Poco più in là, o poco dopo, in un attentato cade Cao Zhenwu, un uomo potente ai vertici del Partito Nazionalista. Gli era accanto la moglie Leng Xiaoman, un’ex rivoluzionaria. Xiao Xue incomincia a indagare, per un suo doppio o triplo interesse dal quale non è estranea la russa di Shanghai, Therese dagli affari, anche amorosi, sospetti. L’indagine lo impelaga sempre più in traffici di danaro e di guerre, in morti e segreti di ogni tipo, a iniziare un gioco rischioso con le autorità corrotte del controspionaggio e della polizia cinesi e occidentali, soprattutto a sfiorare Gu Fuguang, massimo leader dei rivoluzionari. Ma tutti sono spie, doppio e triplo giochisti. È in ballo il controllo della città in vista del tramonto del colonialismo. E la partita è giocata in modo sporco da tutti i contendenti: i nazionalisti, i comunisti, le triadi criminali, i colonialisti, i gruppi affaristici della borghesia compradora.

Kim Leine. Il fiordo dell'eternità




Kim Leine, "Il fiordo dell'eternità" (Guanda, pagg. 594, euro 20)

Nel 1782 Morten Pedersen Falck lascia il suo villaggio norvegese per trasferirsi nella capitale Copenaghen e dedicarsi allo studio della teologia. Pur avviato alla carriera religiosa e alla cura delle anime, il giovane Morten preferisce frequentare i corsi di medicina, affascinato dalle autopsie che si eseguono nelle cantine della facoltà. Si innamora di una ragazza di famiglia borghese, ma nelle bettole di periferia scopre anche un’attrazione ben più ambigua e viscerale mentre, al tempo stesso, un anelito religioso lo spinge, una volta divenuto pastore, a richiedere di essere inviato nella colonia danese in Groenlandia. Gli spazi sconfinati e vergini dell’isola, promessa di libertà e futuro, si trasformano in una prigione claustrofobica e intollerabile. Partito per convertire gli inuit e redimere gli eretici del Fiordo dell’Eternità, a sua volta Morten Falck cade preda del loro incantesimo.
Le certezze dogmatiche ma superficiali della teologia vengono spazzate via da una religiosità primordiale e pagana, promiscua e allucinata. Anche il momentaneo ritorno alla civiltà e alla famiglia, che culmina in un grandioso affresco dell’incendio che distrusse Copenaghen nel 1795, non può nulla contro l’attrazione per il vuoto immenso della Groenlandia. Sullo sfondo del Settecento illuminista e delle grandi rivoluzioni dell’epoca, Il Fiordo dell’Eternità è un romanzo di formazione à rebours, dove la crescita interiore e materiale dei personaggi si converte in un’irreparabile discesa agli inferi, verso gli istinti più bassi dell’uomo, la degradazione fisica e mentale, la follia: un racconto che smentisce il mito moderno della ragione, ma al tempo stesso celebra con grande potenza visionaria l’innocenza perduta dell’uomo.

Kulka. Paesaggi della metropoli della morte




Otto Dov Kulka, "Paesaggi della metropoli della morte. Riflessioni su memoria e immaginazione" (Guanda, pagg. 192, euro 17)

Lo studioso israeliano Otto Dov Kulka (1933- ), professore emerio alle Hebrew University di Gerusalemme, ha dedicato tutta la propria opera all’analisi rigorosa e impersonale dell’Olocausto e dei suoi legami con la società tedesca.
Ora, a decenni di distanza, decide di spezzare il silenzio in cui ha relegato la propria esperienza di bambino deportato ad Auschwitz (all'età di dieci anni) e di far convergere in un unico libro il dato autobiografico e quello storico, rivelando le mitologie elaborate sulla base delle proprie impressioni d’infanzia e confrontandole con la realtà dei documenti e dei resoconti altrui, e con l’immaginario comune sulla realtà dei campi di sterminio.
Auschwitz è per Kulka la Metropoli della Morte, su cui domina implacabile la Legge della Morte. Ma è anche il luogo in cui, grazie agli insegnamenti dei malati ricoverati come lui in infermeria, scopre i capisaldi della cultura occidentale, in cui coglie nel cielo primaverile squarci di bellezza assoluta, in cui intona l’Inno alla gioia a poche centinaia di metri dai forni crematori, insieme al coro dei ragazzi del "campo famiglia", l’illusoria isola di normalità creata a uso e consumo degli ispettori della Croce rossa.
Ripercorrendo i frammenti del proprio mondo interiore e i luoghi reali in cui un tempo ha vissuto, Kulka fornisce un resoconto di cosa significhi essere immersi nell’esperienza dei campi di sterminio, rinchiusi in un mondo dominato dalla Morte da cui è impensabile uscire.

Il cattivo tedesco e il bravo italiano




Filippo Focardi, "Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale" (Laterza, pagg. 292, euro 24)

Cattivo tedesco. Barbaro, sanguinario, imbevuto di ideologia razzista e pronto a eseguire gli ordini con brutalità. Al contrario, bravo italiano. Pacifico, empatico, contrario alla guerra, cordiale e generoso anche quando vestiva i panni dell'occupante.

Sono i due stereotipi che hanno segnato la memoria pubblica nazionale e consentito il formarsi di una zona d'ombra: non fare i conti con gli aspetti aggressivi e criminali della guerra combattuta dall'Italia monarchico-fascista a fianco del Terzo Reich. A distinguere fra Italia e Germania era stata innanzitutto la propaganda degli Alleati: la responsabilità della guerra non gravava sul popolo italiano ma su Mussolini e sul regime, che avevano messo il destino del paese nelle mani del sanguinario camerata germanico. Gli italiani non avevano colpe e il vero nemico della nazione era il Tedesco. Gli argomenti furono ripresi e rilanciati dopo l'8 settembre dal re e da Badoglio e da tutte le forze dell'antifascismo, prima impegnati a mobilitare la nazione contro l'oppressore tedesco e il traditore fascista, poi a rivendicare per il paese sconfitto una pace non punitiva.

La giusta esaltazione dei meriti guadagnati nella guerra di Liberazione ha finito così per oscurare le responsabilità italiane ed è prevalsa un'immagine autoassolutoria che ha addossato sui tedeschi il peso esclusivo dei crimini dell'Asse, non senza l'interessato beneplacito e l'impegno attivo di uomini e istituzioni che avevano sostenuto la tragica avventura del fascismo.

martedì 5 marzo 2013

L'industria della carità




"Ho sentito operatori umanitari vantarsi di aver 'sfruttato bene' la situazione creata da una crisi locale per raccogliere fondi (...). Ho spulciato i bilanci delle associazioni benefiche (quando è stato possibile, in Italia curiosamente non esiste l'obbligo di renderli pubblici) per capire che fine facciano i nostri (vostri) soldi. Ho scoperto che alcune associazioni accantonano liquidità proprio come fanno le aziende. Ho appreso che talvolta pagano i loro vertici come i top manager delle multinazionali. (...) Ho capito che la povertà è un prodotto che viene venduto come altri prodotti, promuovendo costose analisi di mercato, organizzando campagne stampa, sbattendo spesso il volto di un bambino, preferibilmente affamato o sfigurato o impaurito, sullo schermo di un televisore o a tutta pagina su un quotidiano"

Valentina Furlanetto, "L'industria della carità. Da storie e testimonianze inedite il volto nascosto della beneficenza" (Chiarelettere, pagg. 256, prefazione di Alex Zanotelli, euro 13,90)


"Per salvaguardare oceani, balene, foreste, ambiente Greenpeace Italia ha utilizzato 2 milioni 349.000 euro, meno di quanto spenda per pubblicizzarsi e cercare nuovi iscritti: 2 milioni 482.000 euro (dati Bilancio 2011)"

Questo libro racconta un mondo, quello della solidarietà, di cui non si sa abbastanza. Tra sms che salvano, adozioni a distanza, partite del cuore, campagne televisive, azalee e arance benefiche, quanti milioni di euro raccolti arrivano a chi ha bisogno? La risposta che viene fuori dalle testimonianze di cooperanti italiani e internazionali e dai più recenti dati di bilancio (quando sono disponibili: in Italia non c'è l'obbligo di pubblicare un vero e proprio bilancio economico-finanziario) è che tra profit e non profit c'è ormai poca differenza. Migliaia di associazioni sono in lotta una contro l'altra per i fondi, quelle più grandi spendono milioni per promuoversi e farsi conoscere, intanto le più piccole sono schiacciate dalla concorrenza. Gli stipendi dei manager del settore non profit sono ormai uguali a quelli delle multinazionali. Ma i soldi non sono che una parte della questione, c'è molto altro da sapere. Che fine fanno i vestiti che lasciamo ai poveri? Come funziona il sistema delle adozioni internazionali? E il commercio equo e solidale? 

Bici! Le marche, i modelli e i design




Richard Moore-Daniel Benson, "Bici! Le marche, i modelli e i design più prestigiosi della storia del ciclismo" (Rizzoli, pagg. 354, rilegato, euro 30)

Spaziando lungo cent’anni di storia del ciclismo, dalle strade polverose dell’Italia di fine Ottocento alle più raffinate soluzioni tecnologiche odierne, questa bibbia delle biciclette ripercorre, con ricchezza di immagini, grafici e schede tecniche, la storia dei 49 principali produttori di biciclette che hanno plasmato questo sport. 
Il libro racconta i segreti di aziende come Colnago, Shimano e Campagnolo; descrive biciclette storiche come la Bianchi di Fausto Coppi del 1952, la Old Faithful di Graeme Obree, la Lotus di Chris Boardman o la Trek di Lance Armstrong con le farfalline di Damien Hirst; illustra con eccezionali fotografie i capolavori a due ruote di Peugeot, Gitane, Cervélo. 

sabato 2 marzo 2013

Novità dvd/documentari





Dvd/documentari, le novità in libreria:
- "Cumbre. Sfida solitaria al Grido di Pietra" (Trento Film Festival, durata 41', euro 14,99)
- "WWII la guerra aerea. Gli archivi ritrovati" (durata 90', euro 14,99)

CUMBRE – DVD
Un nuovo capolavoro del cinema di montagna, pluripremiato a livello internazionale, arricchisce la collana “Grande Alpinismo” ideata da Cinehollywood in collaborazione con il “Trento Film Festival”. Il film racconta la prima scalata solitaria sul Cerro Torre (3128 m) in Patagonia avvenuta il 26 novembre 1985.
E’ pomeriggio inoltrato, quando Marco Pedrini, grande scalatore ticinese, ricordato da tutti come un arrampicatore geniale, curioso e alla ricerca di innovazioni, incomincia la discesa dalla vetta conquistata: una splendida luna piena lo aiuta nelle manovre, permettendogli così di raggiungere alle tre del mattino le tende e gli amici. Per la prima volta il Cerro Torre è stato superato in solitaria e in giornata. Per girare le spettacolari riprese di questo film, Pedrini è tornato in vetta altre tre volte, accompagnato dal regista Fulvio Mariani, operatore, fotografo e autore di numerosi documentari d'avventura e di alpinismo, che ha seguito anche Reinhold Messner in varie spedizioni. La prima volta, i due sono saliti l’1 dicembre dello stesso anno, ma il tempo non fu favorevole, così il 12 dicembre i due raggiunsero di nuovo la cima del Torre completando le riprese della parte alta della montagna. Il 23 dicembre risalirono ancora una volta fino a più di metà via per girare altre immagini e completare così il  primo film professionale realizzato sulla “montagna maledetta”.

WWII LA GUERRA AEREA -DVD
Volando a oltre 7.000 metri di quota, a temperature prossime a 50 gradi sotto zero, gli avieri dell’8a Forza Aerea Americana combatterono un tipo di guerra che nessun altro aveva mai sperimentato e 26.000 uomini non tornarono alla base. 
Questo DVD è un documento eccezionale sulla terribile guerra aerea combattuta nei cieli d’Europa fra il 1943 e il 1944. 
È stato realizzato grazie a inediti filmati 8mm di aviatori nelle basi di Gran Bretagna e in azione sulla Germania, restaurati e trascritti in HD. Il racconto è reso ancora più avvincente dalle straordinarie sequenze a colori di combattimenti aerei dei B-17 FLYING FORTRESS, P-47 THUNDERBOLT e P-51 MUSTANG in missione su Ratisbona, Schweinfurt e Berlino.

venerdì 1 marzo 2013

G.B. Guerri. La mia vita carnale. Amori e passioni di G. D'Annunzio




Giordano Bruno Guerri, "La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele D'Annunzio" (Mondadori, pagg. 236, immagini, rilegato, euro 20)

Grazie al diario (in gran parte inedito) di Amélie Mazoyer, ancella in servizio continuo che il Vate ribattezza Aélis (al lettore il gusto di scoprire il motivo licenzioso di un simile soprannome), conosceremo Gabriele d'Annunzio uomo "intero". Geisha, complice e confidente, Aélis si contende il ruolo di preferita con l'elegante musicista Luisa Baccara (Smikrà) e con la cameriera Emilia.
Aélis annota per lunghi anni con quotidiana e meticolosa precisione tutto ciò che accade nelle stanze del Vittoriale, registrando ascese e cadute delle "badesse di passaggio": Elena Sangro, celebre attrice del cinema muto, Consuelo Gomez-Carrillo (sposa, in seconde nozze, di Antoine de Saint-Exupéry), Tamara de Lempicka (una delle poche che dirà di no), Angèle Lager, Paola di Ostheim. E poi nobildonne e prostitute, ricche ammiratrici e piccole sfruttatrici.
Sembra che solo la pingue cuoca Albina, battezzata da Gabriele Suor Intingola o Suor Ghiottizia, sia stata risparmiata dai suoi assalti sessuali.
Dall'amalgama di spirito e materia, lussuria e misticismo, emergono le sue mille nature: l'appassionato giocatore del Lotto, l'ipocondriaco avvezzo a ogni genere di farmaco, l'inventore di profumi e slogan pubblicitari, il collezionista di oggetti rari, il cocainomane, l'ecologista ante litteram, l'animalista affettuoso.

Philip Roth. I fatti




Philip Roth, "I fatti. Autobiografia di un romanziere" (Einaudi, pagg. 212, rilegato, euro 18,50)

Philip Roth invia una lettera a Nathan Zuckerman - protagonista di molti suoi libri e alter-ego per eccellenza - chiedendogli se valga la pena pubblicare il testo che gli allega. Sono pagine autobiografiche che l'autore di "Pastorale americana" ha scritto a seguito di una crisi emotiva ed esistenziale che lo ha condotto a un ripensamento tanto della sua letteratura, quanto della sua vita.
L'autore si concentra su cinque snodi del suo percorso esistenziale: l'infanzia protetta e circondata dall'affetto dei genitori negli anni Trenta e Quaranta, l'educazione alla vita americana durante gli anni universitari, il tormentato rapporto con la persona piú arrabbiata del mondo ("la ragazza dei miei sogni"), lo scontro con l'establishment ebraico seguito alla pubblicazione di "Goodbye, Columbus", fino alla scoperta, negli scatenati anni Sessanta, del lato piú folle del suo talento che lo porterà a scrivere "Il lamento di Portnoy".

Jim Longhi. Woody, Cisco & me




Jim Longhi, "Woody, Cisco & me. Tre uomini in mare" (Edizioni Clichy, pagg. 384, euro 17

Avvocato, commediografo e cantante all'occorrenza, Jim Longhi racconta in questo memoir la sua esperienza, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, in compagnia delle due leggende del folk Woody Guthrie e Cisco Houston.
L'improbabile terzetto, imbarcatosi nella Marina mercantile - nonostante le reticenze dello stesso Jim - per ben tre volte, sopravvive a tempeste, giocatori d'azzardo non propriamente raccomandabili e a due attacchi missilistici, riuscendo nel contempo a conquistare con la propria musica ufficiali, camerati e civili.
Il racconto di Longhi ci restituisce l'immagine inconsueta di un Woody Guthrie servitore della patria (come addetto alla mensa) al fianco degli eroi dello sbarco in Normandia; e aggiunge gustose sfumature a quella ormai celebre dell'autore di "This land is your land" e ispiratore di Dylan e Springsteen, sempre impegnato in prima persona per i diritti dei più deboli, dall'Oklahoma alle stive dei militari di colore, dai quartieri popolari di Palermo alla casbah di Orano.
L'avventura al fianco di Cisco e Jim sarà anche ricordata dallo stesso Guthrie, pur non così dettagliatamente, nella sua autobiografia, e soprattutto in una canzone interamente dedicata al terzetto, Seamen Three.